Se un figlio da sempre va per mare, può capitare che prenda una barca di un amico per divertirsi e in cambio farci sopra piccoli ma necessari restauri. Barca magnifica, fatta all’inizio degli anni novanta in un cantiere greco, quando in coppa America era già apparsa la chiglia a bulbo con le ali per planate onda dopo onda senza nessun violento sussulto.

Pozzetto comodissimo, con tavolo rigorosamente ellenico. Che chissà quante olive e quanta feta deve aver visto vincendo i trofei dell’amicizia, mentre altri ingenuamente frettolosi incredibilmente indaffarati serravano le scotte per un quarto di nodo in più perdendo così tutta la bellezza della vela. Di una comodità estrema anche il piccolo forno della grande cucina sotto coperta
usato da me grazie a un cugino molto fortunato con una piccola traina a mano ha pescato sei sgombri da porzione.

Ed io, ospite felice, non potevo esimermi dal cucinarli con una breve cottura in una teglia chiusa con carta argentata sapendo che nel frugare in cambusa si può trovare molte meraviglie di questo paese  raccolte da quello straordinario marinaio  grande mangiatore che ho generato che spesso come me cucina ai suoi amici ed ospiti, dopo averli fatti scorrazzare per il nostri mari
spingendosi fino alla bellissima Corsica.

Nella pancia dei sei pesci ho messo così un trito di finocchietto di Ventotene con scorza di limoni di Chiessi, aglio di Marciana Marina, rosmarino preso sopra gli scogli di Seccheto, olio dei colli fiorentini, basilico e peperoncino di mia madre e di sua nonna che navigano sempre con lui rigogliosi  dentro un vaso in sopra coperta seguendo un dettame del nostro capostipite, suo nonno Enzo Eulio, che in barca rideva e viveva la sua vita più bella.
Una volta cotti dopo 20 minuti, li ho sfilettati e serviti sotto il sole, freddi con tocchi di pane imbevuti con la sugagna un po’ sugo e un po’ cuccagna.