Almeno una cosa giusta Karl Rove e gli altri consulenti di Mitt Romney sono riusciti a farla: hanno cancellato Dio dalle elezioni presidenziali americane. Non per un improvviso rigurgito di laicità, anzi il partito Repubblicano è spinto dalle frange estremiste del Tea Party a schierare sempre più spesso Gesù dalla propria parte, semplicemente cancellare Dio è l’unico modo per far dimenticare che Romney è un mormone. Che, sorpresa, nelle statistiche americane è considerata una setta i cui membri non vengono classificati neppure come cristiani (in effetti il loro testo sacro non è la Vangelo, ma il libro di Mormon pubblicato da Joseph Smith nel 1830).

Per capire quanto conta la religione nella politica (e non solo) in America si può andare negli uffici – o nel sito web – del Pew Research Center. In un palazzo con massicce colonne di marmo chiaro, imponente come richiede la serietà dell’istituzione, nel centro di Washington D.C.. Il Pew è un “fact tank”, difficile da tradurre in italiano: i “think tank” prendono soldi da imprese e fondazioni per fare analisi su temi specifici e spesso sostenere qualche linea politica. Di questi ne abbiamo qualcuno anche in Italia, tipo l’Istituto Bruno Leoni. Ma a noi mancano i Fact Tank: il Pew è finanziato da una fondazione e da vari benefattori ma non sostiene tesi di policy, si limita a fare ricerche sulla società americana. Numeri e basta, “non partisan”, come dicono negli Usa. Una specie di Istat completamente slegato dallo Stato.

Ed ecco quello che ha scoperto sugli Stati Uniti e la religione: sapete qual è la percentuale di americani che rispondono di credere “in un Dio o in uno Spirito universale”? Il 92 per cento. Un numero impressionante, ma non quanto il successivo. Il 56 per cento degli intervistati sostiene che la religione è “molto importante” nella propria vita. Più del doppio che nella patria del Vaticano, l’Italia, dove sono solo il 24 per cento. E non ci sono Paesi simili in Occidente, la cattolicissima Polonia si ferma al 25. Stando agli studi del Pew, che opera su quasi tutti i Paesi, gli Usa però non sono un Paese poi così religioso, visto che in Brasile la percentuale di quelli che attribuisce alla fede un ruolo “molto importante” nella vita è del 77 per cento, in Indonesia il 94, in tutta l’Africa supera il 70.

Con quel 56 per cento, però, gli Usa sembrerebbero sulla buona strada della teocrazia. Ma non è così, anzi. A parte i Tea Party la politica non è mai sembrata così laica. Giusto per dare un idea: il Pew Research Center non chiede neppure l’opinione sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, impensabile perché offenderebbe metà delle fedi del Paese, ma domanda se è accettabile la presenza dei 10 comandamenti (come guida etica più che come principio biblico) negli edifici del governo. Risposta: sì per il 74 per cento (dati però del 2005). Tra il 2000 e il 2008 la percentuale di chi sosteneva che fosse importante avere un presidente molto religioso non è cambiata (da 70 a 72, comunque elevata).

Ma veniamo agli anticorpi anti-teocrazia: per il 52 per cento degli americani le chiese non dovrebbero neppure esprimersi sui temi politici e per il 70 per cento dovrebbero evitare di dare il proprio appoggio esplicito a un candidato. E negli ultimi 10 anni il numero di coloro che pensano che i leader parlino troppo di fede e preghiere è in decisa crescita tra il 2001 e il 2012: dal 15 al 46 per cento tra i Democratici, dal 14 al 42 tra gli indipendenti e, sorprendentemente, dall’8 al 24 per cento tra i Repubblicani.

Ma la principale garanzia di sostanziale laicità della politica Usa, nel lungo periodo, è data dalla demografia. Ci sono troppe religioni per poterne trasformare una in strumento esplicito di potere. I Wasp, White Anglo Saxon Protestant (o, secondo Michael Moore, White American Stupid People) sono sempre meno rilevanti nelle strategie elettorali dei candidati alla presidenza, questo è l’ultimo giro in cui saranno loro il gruppo decisivo. La Casa Bianca si vince o si perde sempre più tra i latinos, che non sono tutti cattolici, e tra le nuove minoranze emergenti. Tipo i musulmani. 

Obama non può vantarsene, perché non sarebbe un marketing efficace nell’America del dopo 11 settembre, ma il milione di musulmani americani è compatto al suo fianco: nei dati Pew di giugno 2011, gli ultimi disponibili (non è facile mettere insieme un campione di 1000 musulmani), Obama godeva di una popolarità del 76 per cento tra gli americani di fede islamica contro una media nazionale del 46 per cento. God bless America.