Qualche giorno fa ho letto su Facebook un articolo di Paul Mason sul Guardian del primo luglio dal titolo: “The graduates of 2012 will survive only in the cracks of our economy”

Caterina, la ragazza che lo aveva pubblicato, aveva isolato questo estratto:

Il neolaureato di oggi, cui è stata negata l’istruzione rilassata e liberale dei suoi genitori, è stato schiacciato fin dalla pubertà da un ingranaggio fatto di test psicometrici, inviti a eccellere e scelte forzate e limitanti. Quando frequentavo l’università (Sheffield, 1978-81) avevo il tempo di suonare in un gruppo rock, manifestare davanti a un’acciaieria, occupare diversi edifici, scrivere romanzi e racconti di dubbia qualità, cambiare percorso formativo e chiedere la creazione di una speciale doppia laurea per realizzare il mio progetto di vita. “Puoi farlo se non lo dici a nessuno” mi disse all’epoca un mio professore. L’istruzione era gratuita e avevamo la sensazione di poter vivere tranquillamente a condizione di non passare dall’alcol alle droghe pesanti. Avevo un lavoro estivo in una fabbrica e guadagnavo quasi quanto mio padre.”

e aveva commentato così:

Cosa abbiamo perso, noi? L’incoscienza di riflessi ora sempre più condizionati? La caparbietà di lottare per e in noi? Io non credo che basti un’euforia capitalistica e un’orgia tecnocratica per cambiare le cose. Ho paura che prima ancora dell’istruzione siam cambiati noi. 

Le risponderei così (continuando a usare il ‘noi’ della sua domanda, spero non impropriamente):

I temi di riflessione, che secondo me sono strettamente correlati, sono:

– la crisi del capitalismo, in tutte le sue forme. Siamo sempre più abituati a vivere in modelli in cui la felicità si misura (e a volte coincide) con la ricchezza, o con il successo, o con il potere. Finché  l’economia ha retto, finché il Pil cresceva, l’equazione soldi uguale felicità ha funzionato. I soldi fanno la felicità. Eppure la saggezza popolare ci aveva detto il contrario.

Per uscire dal loop neoliberista che mette insieme felicità e ricchezza basterebbe dire che quell’equazione è sbagliata, basterebbe svincolarci dal turbo (il turbocapitalismo, la turboistruzione, la turbocondivisione). Basterebbe per un attimo riflettere su un dato: pur non disponendo di evidenze empiriche, è ragionevole sostenere che il nostro mondo non è necessariamente più felice rispetto a quello dei nostri avi di due o tre secoli fa. E se il paragone vi dovesse sembrare troppo astratto, pensiamo per un attimo ai nostri nonni: come hanno fatto a non crollare mentalmente pur avendo avuto molto meno di noi?

Purtroppo siamo ancora dentro l’effetto negativo di questa equazione e quindi basta la sola minaccia della povertà (figurarsi quella reale) per essere infelici, insicuri, disperati. 

la crisi della fiducia: credere in qualcosa oggi diventa sempre più difficile (incluse le religioni, progressivamente indebolite dall’estensione della cultura e della conoscenza che hanno dimostrato quanto truffaldine possano essere) e anche credere in qualcuno diventa sempre più complicato, data anche la crescente possibilità di verificare l’attendibilità di ciò che si dice, si fa, si è. 

la crisi dell’individuo, che è la risultante degli altri due. Perché non siamo più quelli del 1981? Forse perché quelli del 1981 non erano ancora ossessionati dal denaro, non avendo “imparato” che il denaro è una misura della felicità individuale? Perché c’era l’idea (o l’illusione) che ci fosse ancora qualcuno o qualcosa in cui fidarsi? Perché si badava maggiormente a ciò che ci piaceva fare e meno a ciò che si deve fare per raggiungere la felicità, che a sua volta si raggiunge solo attraverso la ricchezza, che a sua volta si può raggiungere solo eccellendo, superando l’altro, studiando, prevaricando, ingannando?

Il disastro è ciò che oggi facciamo per sostenere un tenore di vita che ci hanno convinto essere l’unico modello di felicità esistente ci sembra ciò che ci piace fare, proprio perché inseguiamo quell’equazione che oggi appare illusoria ma della cui illusione non ci si è ancora convinti del tutto. Uscirne sarà molto dura. Serviranno nuovi modelli di felicità. E qui, necessariamente, mi fermo.