Sulle primarie del Pd, il leader di Sel Nichi Vendola rischia di aver ragione: più che una verifica sul voto d’opinione (o di militanza), la consultazione dal basso rischia di trasformarsi in una resa dei conti tra i democratici: ormai sul palco dei candidati ci sono posti in piedi e sono in parecchi, dentro il Nazareno, ad essere tentati dal presentarsi solo come prova di forza (e di peso) all’interno del partito. Insomma, le primarie del centrosinistra rischiano di trasformarsi in qualcosa di più di una guerra per bande: una battaglia l’uno contro l’altro.

Son cose che capitano, a sinistra. Ma per questo, le nuove regole per le primarie che dovranno essere varate dall’assemblea nazionale il prossimo 6 ottobre potrebbero trasformarsi in un boomerang per l’intero partito. Che è già una Babele. Da un lato, infatti, si punta a impedire l’accesso a candidati considerati meno rappresentativi, da Laura Puppato a Pippo Civati, facendo riemergere norme già scritte. Come quella sancita dal regolamento delle primarie che incoronarono Romano Prodi, secondo cui chi aspirava a correre da presidente del Consiglio doveva essere supportato da almeno 20mila firme raccolte in ogni regione d’Italia: mille per regione, bazzecole in realtà per chi in politica è già rodato. Come pure nel regolamento delle primarie di coalizione è già indicato che chi vuole candidarsi deve essere sostenuto dal 30% dei componenti dell’assemblea di riferimento della competizione elettorale. Che in questo caso è nazionale. Dall’altro lato, però, proprio quella modifica dello statuto che così non assegnerebbe più di default la candidatura al segretario nazionale, rischia di far saltare un banco che, nelle previsioni, doveva essere conteso solamente da Bersani e Renzi. E, casomai, pure da Vendola.

Ferve, dunque, il lavorìo negli uffici del Nazareno, dove si sta cercando di trovare una quadra nel regolamento soprattutto per tutelare i big, che potrebbero subìre l’onta di risultati modesti nelle urne, ma il risultato finale è ancora lontano. I timori, infatti, sono tanti. Aperti gli argini, chiunque abbia un po’ di denaro, esperienza e seguito, potrebbe voler scendere in campo. Per pesarsi all’interno di un partito in cui sempre maggiore è la richiesta di rinnovamento. Ci starebbe pensando seriamente Rosy Bindi, sempre più nervosa nelle ultime settimane, come pure ci starebbe facendo un pensierino Beppe Fioroni, che oggi ha lanciato il suo assist nella lettera dei 30 democrat che non vogliono Vendola in corsa. Sì, perché se davvero dovesse finire in una conta interna fatta al di fuori di un congresso, a guadagnarci sarebbe proprio il leader di Sel che, tra tanti militanti, vedrebbe crescere esponenzialmente la possibilità di essere eletto. Meglio ancora se le primarie si svolgessero in un solo turno, come vorrebbe Renzi, e non in due come preferirebbe Bersani, per allargare una forchetta che ora si annuncia di appena una decina di punti.

Ed è su queste dirimenti questioni (che nulla hanno a che fare con programmi e agende politiche e si riferiscono a gruppi di potere) che la Commissione di garanzia del partito, incaricata informalmente da Bersani di seguire la vicenda, sta provando a trovare una quadra. Insieme con l’altro oggetto del contendere: la richiesta d’istituire un albo degli elettori che impedirebbe a eventuali truppe cammellate da questo o quel capobastone di altra area politica, di andare a votare e a influenzare la scelta della parte politica avversa. Che Renzi non vuole, essendo amato più dal centrodestra che dal centrosinistra, e Bersani auspica. Tutto questo, in attesa di conoscere i risultati del test siciliano che inevitabilmente peserà sulle future alleanze. I sondaggi ora raccontano di un testa a testa tra il candidato di centrosinistra Crocetta e quello di centrodestra Musumeci. Dati che potrebbero essere ribaltati quando saranno presentate le liste. Un fatto è certo: se il candidato di Sel e Idv Claudio Fava non otterrà un risultato dignitoso, l’intero progetto dell’alleanza nazionale che va dall’Udc a Sel potrebbe sgretolarsi.