Migliaia di professionisti, manager o impiegati ‘for profit’ passano ad un impegno sociale retribuito nel non profit a partire da un ‘problema di senso’. Hanno un’età tra i 35 ed i 55 anni e vengono dalle professioni, aziende e lauree più disparate. Non sempre ‘abbandonano’ il lavoro precedente, spesso iniziano a collaborare ‘in parallelo’ (con soddisfazione e un po’ di stress). E’ il downsizing sociale , il cambio vita!

Ma decine di migliaia sono anche quelli che ci provano senza riuscire. Inviare Cv a raffica non serve a nulla ed è frustrante, le organizzazioni non profit di solito – per mancanza di tempo ed organizzazione – non riescono a rispondere.

Quali sono ‘le porte’? Quali sono i fattori che favoriscono (non garantiscono) il passaggio?

Nella nostra esperienza, le principali ‘porte di accesso’ sono:

-una lunga collaborazione volontaria finchè non emergano delle possibilità retributive, una ‘vacancy’. Nessuna garanzia che questo accada, ma dipende anche da quanto sappiamo ‘inventarci’ qualcosa che oltre ad essere ‘social’ sia anche ‘redditizio’. E da quanto siamo bravi e riusciamo a renderci indispensabili per l’organizzazione (passione, competenze, capacità organizzativa, etc). Monitorare sempre le offerte di lavoro. 

- Auto-imprenditorialità: creare una proprio progetto a partire da un bisogno sociale preciso su cui si hanno competenze per intervenire. In via autonoma o all’interno di una organizzazione pre-esistente. Bisogna avere le competenze occorrenti, anche organizzative e una grande determinazione. E’ la strada più efficace oggi che le organizzazioni non assorbono più come fino a due – tre anni fa.

Titti Andriani, per 14 anni in una multinazionale ed ora Presidente della Ong ‘Oncologia per l’Africa’:

Avevo focalizzato l’interesse per Africa ed il campo sanitario: lavorare in Africa in ambito oncologico- settore che conoscevo bene. Ho iniziato un progetto di fattibilità di un anno, da un rapporto dell’OMS ho saputo dell’aumento della malattie oncologiche in Africa e scoperto che in Africa sub-sahariana non esistevano strumenti risorse e professionalità sufficienti per le cure. Quindi ho fondato ‘Oncologia per l’ africa’ per offrire programmi di prevenzione e cura. Faticosissimo e a volte frustrante, ma sono gratificazioni che nessun altro lavoro ‘profit’ potrebbe darti!

- Costruirsi un CV con un percorso formativo professionale-manageriale di alto livello ‘mirato’ e coerente con la propria storia professionale, un buon inglese, esperienze di volontariato in Italia o all’estero, una rete di contatti e segnalazioni fornita dall’Ente di formazione . Se digitate ‘formazione non profit’ su google trovate alcuni dei percorsi più efficaci (tra quelli ‘storici’: Master Bocconi, Master Forli, Master ASVI, Master ISPI). Rischi: Magari ci mettete due-tre anni a ‘passare’ , ma al momento giusto ‘siete pronti’. Attenzione ai mille corsi e master senza forte radicamento, troppo teorici, privi di partnership col non profit, con docenti accademici invece che professionisti ‘di settore’.

Gianpaolo Montini, da Programm Manager di Telecom Italia a Direttore Generale dell’Associazione Peter Pan: Come ho fatto? Ancora me lo chiedo”- mi risponde ridendo.Ho iniziato quasi casualmente a fare volontariato, un mondo di cui non conoscevo l’esistenza. Dopo 13 anni in Telecom sentivo di poter mettere delle buone competenze in progetti più significativi. L’Associazione Peter Pan cercava un DG, passata la selezione, eccomi qua. Anni di grande impegno, ho contribuito alla pianificazione ed alla concretezza dei risultati. Un’esperienza che mi ha fatto crescere professionalmente ed umanamente, ho scoperto e sviluppato doti relazionali e di mediazione che non conoscevo. Dal punto di vista retributivo ovviamente ci ho perso, ora i miei colleghi sono tutti dirigenti e guadagnano molto più di me, ma mai un rimpianto, lo rifarei senza alcun dubbio”

Quali sono i fattori che favoriscono (non garantiscono) un passaggio di successo?

Un ‘sogno’ definito (non un generico ‘cerco lavoro non profit’), competenze professionali e manageriali, capacità di presentarsi nel modo giusto ‘sul mercato’, networking-passaparola (e non ‘raccomandazioni’).

Pierluigi Rizzini, fondatore di Socialidarity, organizzazione di ‘orientamento’ al sociale per chi viene dal for profit: “Serve una reale disponibilità a mettersi in gioco, a cambiare le solite strade, a rimodellare le proprie competenze, la disponibilità anche a cambiare città se serve. Spesso le resistenze al cambiamento portano ad un insuccesso frustrante. Negli incontri di Socialidarity. ‘Trova il lavoro che c’è in te’ apriamo uno spazio di auto conoscenza e auto valutazione del proprio progetto di vita che comprende le scelte professionali, l’analisi del mercato del lavoro specialmente non profit individuando possibili e realistiche opportunità da indagare autonomamente”

Ma a volte non si può proprio… forse!

Lavoro 8-10 ore al giorno e non ho tempo per avviare una attività ‘sociale’ parallela, ho famiglia, mutuo da pagare, non ho abbastanza soldi per formarmi, vorrei tanto ma sembra che per me sia impossibile ‘cambiare vita’, mi racconta Luciano, un lettore del Il Fatto. Attenzione che tra il tutto e il niente ci sono dei gradi intermedi. Recuperare tempo è la prima cosa: ferie, permessi, aspettative, richiesta di part-time se si può. Aprire un primo piccolo ‘spiraglio sociale’ nella propria vita, mettere ‘un piede nella porta’, con una collaborazione volontaria sostenibile, magari chiedendo al Centro Servizio per il Volontariato più vicino, chiedendo ad amici che già lo fanno, cercando nel quartiere o su internet.

Gianpaolo Montini invita a ‘continuare a coltivare il proprio cuore’: chiudersi la porta in faccia solo per motivi economici, significa un po’ morire. E chi ci tiene veramente, non si arrende e alla fine ci riesce.

PS. approfondimenti utili:

Per maggiori info o quesiti specifici (mail brevi, grazie!): marco2045@gmail.com

Rinnovo invito ai lettori ad incontrarmi di persona presso gli Open DAY di ASVI (gratuiti), comunicazione@asvi.it

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