“Being in debt does not make you rich”. Me l’ha ricordato oggi un tale per strada. Un uomo sui quaranta, trasandato, polveroso e canuto. Aveva gli occhi vispi e le mani rovinate. Uno di quei personaggi tristi che popolano le grandi città come San Francisco, uno di quei personaggi che molti di noi evitano nella vita quotidiana, o al quale, al massimo, allungano una monetina mossi da ipocrita compassione.

Lo teneva ben saldo il suo cartello. Non chiedeva nulla alla folle informe in uscita dalla metro. Ci porgeva silente il suo monito. “Essere in debito non vi rende ricchi”. Mi sono fermato a guardarlo nella sua fermezza, nella sua convinzione. La convinzione di chi, ha perso tutto e non chiede più nulla alla vita, ma si diverte a fare la cassandra. Derelitto e solo, con lo sguardo beffardo e ironico si prende gioco della nostra stupidità, della stupidità della folla che continua a girare a tempo con un sistema insostenibile.

La sua critica alla società e all’economia americana non fa una piega. Gli individui continuano a indebitarsi oltre misura per consumare di più (come richiesto dal dettame capitalista) e lo stato americano segue a ruota. Il tutto si muove lungo un circuito pericolassimo di relazione/tensione con chi compra e garantisce il debito sovrano. Semplificando: la Cina.

La Cina continua a esportare prodotti di largo consumo in America e gli americani continuano a comprarli, spesso a debito. Questo passivo, poi, viene direttamente finanziato dalla Cina attraverso l’acquisto di titoli del debito americano. Mi è capitato di girare questa considerazione ai miei amici americani nell’ultimo mese. E per quanto democratici e progressisti, la loro risposta è, più o meno, sempre la stessa. Il dollaro è la moneta principale di scambio, i cinesi sono ingabbiati quanto noi a perpetrare il sistema, alla fine dei conti ove qualcuno si opponesse, siamo sempre la prima potenza militare.

Di fronte a tali risposte faccio spallucce, e chiedo quando la giostra si fermerà. L’economia alla fine dei conti è un gioco a somma zero, ci vuole un fattore di riequilibrio. Questo riequilibrio potrebbe realizzarsi con: una riduzione del consumo e quindi del debito americano, una compensazione della bilancia dei pagamenti e la conseguente crescita delle esportazioni americane, o una guerra per risistemare i rapporti di forza. Al momento tutte le opzioni di riequilibrio sembrano irrealizzabili nel breve periodo, e francamente la terza nemmeno auspicabile!

La frase “essere in debito non vi rende ricchi” calza però a pennello anche per il nostro paese (e per molti altri in Europa). In Italia, diversamente dagli Stati Uniti, all’indebitamento statale fa da contraltare un consistente risparmio privato. Negli anni, lo stato si è indebitato trasferendo ricchezza alle famiglie e agli individui. Questo indebitamento ha preso la forma di evasione fiscale (gonfiando la ricchezza privata di chi non ha mai pagato quanto spettava all’erario), di trasferimenti dello stato sociale a gruppi privilegiati (pensate all’esempio delle pensioni di anzianità per i più ricchi), di lauti stipendi a funzionari pubblici o membri dell’establishment politico (spesso non meritati), di opere pubbliche faraoniche mai completate (che hanno finito per ingrassare le tasche delle criminalità organizzata e di costruttori senza scrupoli).

E così il monito del senza tetto di San Francisco, avrebbe potuto essere quello del giovane disoccupato catanzarese, o della mamma milanese che non può realizzarsi professionalmente e allevare un bambino o ancora quello del pensionato napoletano che con 500 euro al mese non riesce proprio a sbarcare il lunario. Il detrimento del patrimonio pubblico a favore di pochi, è la piaga che condiziona il presente e adombra il futuro. Mi chiedo se un giorno riusciremo ad eleggere un governo che abbia la legittimità  per sanare le casse dello stato senza far pagare sempre gli stessi, ma tassando e penalizzando con decisione chi  ha ammassato fortune consistenti a spese della collettività.