Il fallimento del cosiddetto piano Fiat “fabbrica Italia”, se mai è veramente esistito, è inserito nella più grande crisi del settore automobilistico a livello mondiale dall’esistenza dell’auto; una crisi che colpisce L’Europa e gli Stati Uniti ma anche i paesi delle economie emergenti raggruppati nell’acronimo BRIC, ad eccezione, per ora, del Brasile.

L’auto, già ormai da circa dieci anni, non è più il prodotto che contraddistingue lo status sociale degli individui e il grado di sviluppo delle nazioni, semplicemente perché non è più utile: è costosa, inquinante, paralizzata nel traffico di cui è essa stessa causa, l’automobile non ha più il fascino che ne ha fatto la regina dei consumi e dell’economia per tutto il XX secolo.

Oggi ci si sposta preferibilmente a piedi nelle città congestionate con il metrò o con le bici, con gli aerei per il mondo; soprattutto ci si sposta sempre più velocemente con gli smartphone e gli ipad, la comunicazione manner trend, ha sostituito la mobilità come elemento di riconoscimento e qualificazione dell’individuo con gli altri: conosco, vedo e parlo con molte più persone sui social network e con le video-tele-comunicazioni che spostandomi fisicamente.

Se ciò è vero almeno nel medio periodo, non si capisce cosa potrebbe sostituire l’auto come mezzo di locomozione, se non un’altra auto più piccola, economica, non inquinante e di lunga durata che non i modelli finora in commercio programmati per autoditruggersi dopo cinque anni!

L’auto sarà un prodotto a sostituzione lenta e l’usato tornerà ad avere l’importanza di un tempo, con beneficio di officine di ricambio e artigiani della riparazione, ricordo quando si passavano ore dal meccanico o dall’elettrauto perché la vecchia 850 si guastava, era normale!

Se queste previsioni sono vere, cito a riguardo un interessante articolo, non si comprende perché tanti governi continuino a sostenere la realizzazione di infrastrutture e reti autostradali come se il traffico dovesse sempre e solo aumentare, quasi presi da una smania compulsiva.

Nel nostro sfortunato Paese, in cui il declino economico sta assumendo le dimensioni di una tragedia sociale con il tracollo dei più importanti comparti industriali, si continuano a progettare e a realizzare nuove autostrade, varianti, passanti e bretelle, raddoppi di corsie, nella totale noncuranza della realtà di questi cambiamenti epocali, così come si costruiscono case invendute per il beneficio dei soli percettori di rendite finanziarie.

La classe politica è formata da asfaltisti e cementificatori, mentre occorrerebbe dedicarsi a costruire un’economia più forte in settori del tutto diversi e in primo luogo in attività ambientalmente compatibili: le grandi colpe, anche nel campo della sinistra, sono essenzialmente di essere rimasta al carro di questo partito del cemento, nel fraintendimento che ciò avrebbe portato ad assumere l’egemonia, mentre ha conseguito solo la sua assimilazione alle pratiche peggiori di un modo di governare disinvolto e inefficace.

Manca il respiro e la lucidità di saper indicare cambiamenti significativi, mancano coraggio e cultura, i veri mali della politica che bisognerebbe combattere sono il conformismo e la sottomissione allo status quo.

Il dibattito pubblico in Italia, concentrato eternamente su nomi e alleanze, sembra lontano anni luce dall’assunzione della gravità di questa situazione; ristagna nei meandri di guerre di posizione di piccoli eserciti a guardia di simulacri del potere, (si potrebbe dire bidoni) pressoché vuoti, mentre la slavina della crisi economica smotta e gli argini sociali franano forse definitivamente.