Sfilano in procura a Bologna i capigruppo dei partiti in Regione. Oggi è la volta di Mauro Manfredini, della Lega Nord, sentito questa mattina come persona informata sui fatti in merito all’inchiesta sulle interviste a pagamento dei consiglieri regionali.

Il pubblico ministero Antonella Scandellari indaga per peculato e già il 4 settembre scorso aveva inviato la guardia di finanza negli uffici della regione Emilia Romagna, a Bologna, per acquisire documenti. Sulla vicenda ci sono anche accertamenti avviati dall’ordine dei giornalisti e dal Corecom. Alcuni consiglieri si erano detti a disposizione per consegnare ai magistrati le carte sulle interviste.

Mentre oggi, su convocazione dei magistrati di piazza Trento Trieste, si è presentato Manfredini. Il capogruppo della Lega Nord ha risposto alle domande del pm Scandellari e consegnato cinque contratti stipulati con le emittenti 7 Gold e E’tv, oltre alle fatture, “così avranno un quadro completo” ha dichiarato il politico.

Manfredini avrebbe personalmente stipulato i contratti con le due emittenti, presso le quali o lui stesso o Manes Bernardini, ex candidato sindaco di Bologna e consigliere comunale, ogni quindici giorni venivano intervistati. Una possibilità, secondo Manfredini, per avere un contatto diretto e vero con il pubblico, con i cittadini, che in queste trasmissioni davano un impulso a continuare le battaglie, ha dichiarato.

La vicenda delle interviste a pagamento coinvolge tutti i gruppi, dal Movimento 5 stelle al Pd, con la sola eccezione dell’Italia dei Valori. Il caso era stato sollevato da Repubblica, che aveva scoperto fatture del gruppo consiliare dei 5 stelle nei confronti dell’emittente 7 Gold. Il consigliere Giovanni Favia aveva ammesso di avere stipulato un contratto di 200 euro al mese per apparire da emittenti locali: “L’informazione non è libera, continuerò a pagare per andare in tv”, aveva detto Favia. E se la prese con Repubblica: “Non è una rivelazione ma disinformazione”, perché quelle spese sono documentate sul sito del Movimento.

“In questo modo riusciamo ad arrivare a quella fascia di popolazione che non ha dimestichezza con la rete – ha spiegato – E comunque è tutto fatto nella massima trasparenza, rendicontato e pubblicato online sulle nostre pagine web”.

Dichiarazione che costò a Favia una tirata d’orecchie da parte di Beppe Grillo, nulla in confronto agli avvenimenti dei giorni successivi sul fronte interno al Movimento. Grillo comunque in quell’occasione scrisse che “pagare per andare in televisione per il Movimento 5 Stelle è come pagare per andare al proprio funerale, anche se è certamente lecito. Ma i soldi pubblici e il Movimento 5 stelle sono inconciliabili”.

Sembrava essere finita lì, fino a quando non è stato Il Fatto Quotidiano a scoprire che alcuni consiglieri regionali del Partito Democratico – dopo aver detto che il comportamento degli appartenenti al Movimento 5 stelle era immorale – pagavano anche loro per le comparsate.

A quel punto è intervenuta la magistratura con un fascicolo conoscitivo per peculato, che ha portato questa mattina alle prime convocazioni in procura e a un’inchiesta dell’Ordine dei giornalisti.