Rupert Everett, dall’alto della sua “frocitudine” ricca e privilegiata, tuona contro l’adozione da parte di coppie gay: «Non riesco a pensare niente di peggio che essere cresciuto da due papà». Opinione legittima, per carità, ma che sa di boutade pubblicitaria per un signore che negli ultimi anni è sparito dal giro cinematografico che conta. Un’analisi così semplicistica e arruffona ce la si aspetta da Scilipoti o Giovanardi, non certo da un uomo di cultura, omosessuale dichiarato, che dovrebbe quantomeno argomentare il perché di questa posizione controcorrente all’interno della comunità LGBT.

Lo vada a dire alle tantissime Famiglie Arcobaleno che ogni giorno, tra mille difficoltà, crescono in maniera ineccepibile i loro figli. Lo vada a dire a Elton John, Miguel Bosé e Ricky Martin, che con coraggio e forza di volontà (e i tanti soldi che certo non gli mancano) hanno combattuto e vinto una battaglia di civiltà. Lo vada a dire agli italiani costretti ad andare all’estero e a spendere un patrimonio per realizzare quel sogno di genitorialità negato da uno Stato bacchettone e ipocrita. Lo vada a dire ai figli di coppie omosessuali che sono cresciuti esattamente come gli altri, né meglio né peggio. Perché l’educazione di un figlio non dipende dai gusti sessuali del genitore. Sono cose così scontate e banali che sembra superfluo ripeterle ancora una volta. Ma Rupert Everett, con le sue dichiarazioni strampalate, rischia di compromettere il già difficile cammino della comunità gay di tutto il mondo verso l’emancipazione e l’uguaglianza.

Se Rupert Everett cerca pubblicità, lo faccia senza speculare sulla pelle della gente. Se invece pensa davvero quello che ha dichiarato, allora c’è da pensare che nonostante la vita rocambolesca e piena di avventure, non si è ancora accettato appieno. Problema suo, non nostro.