Per Lucio Dalla era, anzitutto, cerbottana. Qualcuno da cui imparare. Per osmosi, per palingenesi. “Roversi mi ha insegnato cose ininsegnabili. Tirandomi da lontano delle freccine con la cerbottana, mi ha fatto capire delle cose che non avrei mai capito né a scuola né da solo, né andando tre volte sul monte Sinai. Ho capito soprattutto l’organizzazione del pensiero della canzone, la parola, il segno, il senso, la forza”.

Roberto Roversi, poeta dolce e indomabile, severo e risorgimentale, è morto. Ieri, a 89 anni. Il 2012 ha falcidiato Bologna: Dalla, Stefano Tassinari, Roversi. Nel suo ultimo libro, deliberatamente clandestino come gli altri, parla di una “Italia sepolta sotto la neve”. La parte conclusiva si intitola Trenta miserie d’Italia. “Appartengo alla schiera, non folta, convinta non solo che si possa, ma che si debba morire per la così detta “patria” (..) Dunque questo testo è un canzoniere d’amore incattivito da una rabbia rabbiosa per un tradimento che è in atto ma che deve passare”. Partigiano, poeta, paroliere. E soprattutto libraio. Dal 1948 al 2006, in Via de’ Poeti. Libreria Palmaverde, senza vetrina. “È legata a una scelta precisa. Non quella dell’alto antiquariato, ma del libro esaurito, un po’ raro e di cultura”. Trecentomila volumi passati di lì. Roversi se li ricordava tutti. “Vendere i libri è la parte più dolorosa del mestiere di libraio. Quante volte mi sono messo subito a cercarne uno identico per riempire il vuoto”. Così raccontava a Michele Smargiassi, uno dei suoi cantori migliori, nel 2010 per Repubblica: “Dai libri che partivano per l’estero, che dovevano affrontare un viaggio lungo e periglioso, mi congedavo con un rito speciale: scrivevo una piccola poesia per loro e la infilavo fra le pagine. I libri sono individui, parlano, cantano, profumano, si muovono secondo il vento e le stagioni. Quel che rimpiango di più è non aver abbastanza forza nelle gambe per andare in una libreria, aspirarne l’odore come quando si entra in un bosco, scaffali come alberi e libri come foglie, perché i libri non sono corpi morti”. Sei anni fa li mise all’asta, i proventi ai senzatetto. Roversi ha vissuto inseguendo una luce che, se proprio doveva, lo illuminasse di sghimbescio. “Che sorte avranno i miei libri? Forse la pattumiera della storia. La carta è riciclabile”.

Dalla metà dei Sessanta pubblicava solo per case editrici piccolissime. Più spesso, fogli fotocopiati. “Ho sempre scritto su giornali di sinistra: più erano di sinistra, più ci scrivevo. Ho diretto Lotta continua, dopo Pasolini e Pannella: l’ho fatto perché pensavo che la libertà di stampa fosse in pericolo. Adesso non scrivo – si potrebbe dire – perché nessuno me lo chiede”. Amava il giornalismo più di quanto questo meritasse. “Sono immerso nella carta stampata da quando sono nato. Amo i giornali: mi piace leggerli, dissentire, arrabbiarmi. È solo che i giornali italiani sono per lo più scritti male. Il giornalista che scrive bene invece mi commuove, mi fa andare in brodo di giuggiole. Lo vado a cercare, lo inseguo”. Nelle interviste, ad esempio ad Angela Manganaro, citava “il grandissimo Marx” e Jovanotti. Antiberlusconiano sui generis (“L’accanimento contro di lui è stato impostato in un modo talmente viscerale, scorretto, e accanito da coprire la mancanza di argomenti alternativi ed efficaci da parte nostra”). Impietoso anzitutto con la sua parte: “La sinistra è debilitata, anchilosata, monca: gira con una gamba di legno appoggiata a un bastone, come i reduci di guerra. A volte fa tenerezza nella sua mancanza assoluta di potere comunicativo. Non corre più: dovesse correre dietro a qualcuno ruzzolerebbe per terra con la sua gamba di legno”.

Aveva occhi buoni e barba, pure quella risorgimentale, a due punte. La moglie Elena, la casa al quarto piano di un palazzone bolognese. Curioso, anche musicalmente . Ha composto per gli Stadio, pensando a Maradona (Doma il mare, il mare doma) e chiedendosi chi fossero i Beatles. E poi Lucio Dalla. Tre dischi, dal 1973 al 1976: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa, Automobili. Quest’ultimo lo firmò con uno pseudonimo: Norisso.

Roversi voleva che nell’album confluissero tutti i brani dello spettacolo Il futuro dell’automobile e altre storie. Dalla – e casa discografica – scelsero solo quelli meno politici, tra cui Nuvolari. Roversi portò Dalla nei territori della sperimentazione. Dei media cannibali (Carmen Colon), del mercato (La Borsa valori), della delinquenza minorile (Mela di scarto). Delle gemme (Tu parlavi una lingua meravigliosa).

L’anno successivo, Dalla incise Come è profondo il mare. Da solo. Roversi rimase in libreria. Quella dove era nata Officina, rivista fondata con Pasolini e Francesco Leonetti. Quella che frequentava Sciascia. Quella in cui si resisteva. E Dalla? “Un uomo colto. Diceva che avrebbe musicato anche l’elenco del telefono, se lo avessi scritto io. Poi giustamente s’accorse che le cose che scriveva da solo vendevano cento volte più delle nostre”.

Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2012