E’ ingiusto che i detenuti lavoratori siano pagati meno dei loro colleghi liberi? O è questo uno scotto inevitabile cui bisogna sottoporsi quando si è finiti in prigione, quando si è commesso un reato? E le imprese che impiegano «per motivi sociali» i detenuti non è che alla fine lo fanno semplicemente per tagliare in maniera drastica i costi produttivi, per interesse? Sono domande al centro di un dibattito nazionale in Francia sulla scia di una causa intentata proprio da una carcerata contro una società di call center. Che l’ha licenziata, secondo la donna ingiustamente. Non solo: durante il periodo di lavoro l’ha pagata molto meno di quanto previsto dalla legge per chi è libero.

E’ la storia di Karine (i media francesi usano questo nome fittizio), 36 anni, in detenzione preventiva (in attesa di giudizio), dal 2010. Ebbene, fra l’estate di quell’anno e l’aprile 2011 ha lavorato, dall’interno del carcere dove è detenuta, quello di Versailles, alle porte di Parigi, per la società Mkt Societal, attiva nel settore dei call center. Alla fine, però, le è stato imposto di interrompere l’attività per «aver utilizzato le risorse informatiche dell’azienda per usi personali», come hanno sottolineato i dirigenti di Mkt: una telefonata alla sorella.

Karine non c’è stata. E ha fatto causa. Due giorni fa i giudici del lavoro dovevano emettere la loro sentenza, che già era stata rinviata una volta. Niente da fare: ancora un rinvio, stavolta al prossimo 29 gennaio. Che la dice lunga sull’imbarazzo dei magistrati su una questione spinosa che ha attirato l’attenzione dei media. E che è diventata il parametro nazionale di un supposto sfruttamento dei detenuti. Da una parte gli avvocati della donna, Fabien Arakélian e Julien Riffaud, ritengono che si tratti di «un licenziamento abusivo». Quella telefonata, insomma, se effettuata da un dipendente al di fuori del carcere non avrebbe portato a tanto. Chiedono un risarcimento e il reintegro della lavoratrice, anche se l’azienda è nel frattempo stata messa in liquidazione. Ritengono anche che la loro cliente sia stata oggetto di discriminazione, perché pagata meno dei suoi colleghi liberi, attivi all’esterno della prigione. Gli avvocati di Mkt, ora sotto commissariamento, ribattono che a Karine non si applica il diritto del lavoro comune. E che i giudici non dovrebbero neanche pronunciarsi.

In effetti l’articolo 717-3 del codice di procedura penale francese stabilisce che «le relazioni di lavoro delle persone incarcerate non fanno l’oggetto di un contratto di lavoro». La legge penitenziaria del 1999 ha solo introdotto l’obbligo a un «contrat d’engagement», quindi, d’impegno, che deve essere sottoscritto fra il detenuto e la direzione del penitenziario, il quale, a sua volta, attribuisce concessioni ad aziende esterne. Viene anche fissato il pagamento, pari a 4,03 euro lordi all’ora, che è praticamente la metà di quanto stabilito dallo Smic, il salario minimo fissato in Francia per legge, per i cittadini del Paese. Sembra, comunque, che anche tale paga ridotta sia nella realtà solo un riferimento e soprattutto una media: gli ispettori del lavoro non vanno mai a spulciare quelle cifre. Secondo l’Observatoire international des prisons (Oip), Ong con sede a Lione, una delle associazioni di difesa dei diritti dei prigionieri, “si tratta di una zona di non diritto del lavoro. E di un Eldorado economico per le imprese private”. Che, fra l’altro, è una conveniente alternativa alla delocalizzazione. La stessa Mkt aveva spostato il grosso delle sue attività dalla Francia alla Tunisia.

Il fenomeno non è così marginale. Sono 17.497 i detenuti francesi che lavorano, secondo gli ultimi dati disponibili, quelli del 2010, come dire il 27,7% del totale. Le imprese sono molto restie ad ammettere il ricorso ai detenuti. Solo di recente è emerso che la Bic, per rifinire le sue penne biro e i suoi rasoi, ha utilizzato intensivamente dal 1970 al 2007 i carcerati di due prigioni francesi, quelle di Fleury-Mérogis e di Osny.