Dopo giorni di titoli e copertine dedicati al cosiddetto “caso Ingroia” per il suo intervento alla Versiliana, dove ha ribadito le cose che dice da sempre, il focus mediatico riguardo al conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale contro la procura di Palermo si è concentrato su due non notizie.

La prima consiste nel rigetto da parte del Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, presieduto da Marco Follini, dell’esposto-denuncia contro il Capo dello Stato da parte dell’ex deputato Pdl ed avvocato penalista Carlo Taormina, già noto come pasdaran anti-procure quando era di casa ad Arcore.  

Con accenti alquanto veementi il denunciante accusa il capo dello Stato di aver attentato alla Costituzione “tentando di interferire nell’attività dei magistrati di Palermo che stanno in dagando sulla trattativa Stato-Mafia. Naturalmente Taormina sostiene che è stato mosso a questa richiesta, che non ha precedenti, solo dalla sua “personale indignazione per il fatto che il vertice delle istituzioni abbia tramato affinché non si accertasse la verità” e riconosce di essersi basato su ricostruzioni giornalistiche, ma “dettagliate”. L’esito dell’esposto, al di là delle reali motivazioni e finalità,  a cui non ha dato seguito nessun rappresentante del comitato era dunque scontato: archiviazione.

In modo speculare ed analogo era  pacifica e scontata l’ ammissibilità del conflitto di attribuzione sollevato dal capo dello Stato, anch’esso in questi termini senza precedenti, davanti alla Consulta in merito alle intercettazioni indirette con Nicola Mancino. Come avevano chiaramente spiegato molti costituzionalisti, tra cui Alessandro Pace, quando il parlamento italiano coprendosi di ridicolo oltre che di vergogna aveva sollevato il conflitto di attribuzione contro la procura ed il gip di Milano  (rei di aver chiesto ed accolto il giudizio immediato per Berlusconi imputato di concussione e prostituzione minorile) l’ammissibilità anche nelle ipotesi più “improbabili” è scontata e non ha niente a che fare con la fondatezza del conflitto.

Naturalmente ci ricordiamo che fine abbia fatto davanti alla corte Costituzionale il conflitto di attribuzioni fondato sul presupposto che Berlusconi avesse ripetutamente telefonato in questura per affidare Ruby alla Minetti nel convincimento che si trattasse della nipote di Mubarak e dunque nell’esercizio delle sue funzioni di presidente del Consiglio.  

Senza voler naturalmente istituire alcun parallelismo sulla fondatezza di due conflitti di attribuzione ovviamente inaccostabili, anche se accomunati da una palese inopportunità, balza agli occhi come le stesse testate che al tempo del caso Ruby ospitavano pagine di interviste ad eminenti costituzionalisti per spiegare, correttamente, ai propri lettori che l’ammissibilità è scontata e non anticipa in alcun modo il giudizio nel merito, abbiano ribaltato la prospettiva. Oggi per avvalorare la fondatezza dell’iniziativa di Napolitano, molti giorni prima della pronuncia della Consulta, titolano con grandissima evidenza, Repubblica in primis, che secondo fondate indiscrezioni la Corte Costituzionale lo considererà ammissibile come se fosse qualcosa di imprevedibile o un grande scoop.

D’altronde sempre più spesso i contenuti o le notizie reali fondate sui fatti sono sovrastate dall’enfasi o dal pathos artificioso di cui le si vuole rivestire per deformarle.

Un esempio che ho constato direttamente è stato, per rimanere strettamente in argomento, il vespaio che ha incredibilmente suscitato l’intervento di Antonio Ingroia alla festa del Fatto, dove ha ribadito concetti ed argomenti per lui irrinunciabili sui quali si era soffermato puntualmente, quasi con le stesse parole solo tre giorni prima, senza suscitare particolari reazioni.

Nella conversazione-intervista A vent’anni dalle stragi all’interno del Premio giornalistico Ilaria Alpi,  Antonio Ingroia che ha sostituito quasi all’ultimo Nino Di Matteo ha rivendicato, a proposito delle sua presunta “discesa” in politica,  il diritto costituzionale di ogni cittadino all’elettorato passivo; ha sottolineato come solo il rinnovamento interno alla magistratura e “l’interesse e la partecipazione di una società che ci crede” abbiano consentito di portare avanti il lavoro iniziato da Falcone e Borsellino; ha ricordato come nel ’97 la procura di Milano s’imbatté in intercettazioni indirette su Scalfaro, le trascrisse e le depositò e come l’allora ministro della Giustizia Flick sollecitò un intervento legislativo in materia, mai realizzato, mentre il presidente della Repubblica si guardò bene dal sollevare qualsiasi conflitto. 

E per completezza di informazione non ha manifestato nessuna dissociazione o palese dissenso, pur evitando accuratamente di rispondere a domande dirette sull’inchiesta, davanti alla ricostruzione impietosa e puntuale di Saverio Lodato che riferendosi senza giri di parole a Mancino “uomo solo che non vuole rimanere con il cerino in mano”, ha invitato tutti  i politici coinvolti a collaborare, finalmente.

A Riccione c’erano “solo” alcune centinaia di persone che hanno seguito con interesse e partecipazione ed hanno manifestato la loro solidarietà ad Ingroia durante e dopo l’intervista.   Non poteva dunque definirsi “una manifestazione di piazza” da mettere all’indice come ha fatto abbastanza incredibilmente a proposito della Versiliana la vicepresidente dell’Anm Anna Canepa e non era l’occasione opportuna per attaccare ancora una volta, come ha fatto molta stampa “responsabile”, un concorrente scomodo e di successo.