Ai più sarà sfuggito, ma quella di oggi è una data importante, che ha segnato una svolta storica nella lotta contro la mafia. Il 13 settembre del 1982, esattamente trent’anni fa, veniva approvata la legge 646, nota come Rognoni-La Torre. Per la prima volta nel codice penale venivano introdotti il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis) e la norma per la confisca dei beni ai boss, con il  loro conseguente riutilizzo sociale.

Pio La Torre fu il primo firmatario della proposta di legge da cui nacque poi il testo normativo, che lui amava definire “una legge per la democrazia”. Purtroppo non ebbe la soddisfazione di vederla approvare, perché la mafia lo aveva ucciso quattro mesi prima a Palermo, insieme con il suo amico e autista Rosario Di Salvo. Lo stesso destino sarebbe toccato a tanti di quei magistrati siciliani che avevano collaborato alla formulazione tecnica della legge in questione: dal giudice Rocco Chinnici, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, allora giovanissimi.

Le innovazioni contenute nella legge determinarono notevoli risultati positivi fin da subito. I beni acquistati dalla criminalità con “soldi sporchi di sangue”,  cominciarono ad essere eticamente ripuliti andando in uso ad enti, associazioni, comuni, province, regioni. I beni della mafia, in pratica, tornavano ad essere beni della collettività.

Poi la rottura e il rischio di una modifica sostanziale di questa legge. Qualche anno fa il governo Berlusconi provò a mettere in atto una riforma che prevedeva la vendita dei beni immobili confiscati alla mafia qualora entro novanta giorni dal provvedimento definitivo di confisca non fossero stati destinati per finalità di pubblico interesse. E purtroppo, a causa di lungaggini burocratiche tuttora irrisolte, appena lo 0,06% degli immobili è destinato entro quattro mesi; nessuno entro novanta giorni. E’ ovvio che per i boss riacquistare attraverso dei prestanome i beni messi in vendita sarebbe un gioco da ragazzi. E per tutti noi una vera e propria sciagura. 

Il mondo dell’antimafia, per fortuna, si ribellò apertamente. Lo stesso Virginio Rognoni, cofirmatario della famosa legge, ha dovuto battersi per scongiurare il pericolo che quella battaglia di civiltà fosse vanificata.

Oggi ci preoccupano le intenzioni del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che vorrebbe cambiare le regole della legge Rognoni-La Torre, perché concepita molto tempo fa, quando i sequestri erano pochi, mentre oggi sono molti di più e soprattutto molto diversificati. “Non dobbiamo aver paura di mettere in vendita i beni confiscati. Il rischio che tornino nelle mani dei clan esiste, ma pazienza: vorrà dire che saranno nuovamente sequestrati e confiscati e che lo Stato ci guadagnerà due volte”, ha dichiarato qualche mese fa. Tutto questo mentre al Parlamento Europeo, al contrario, nell’ambito del mandato della CRIM (Commissione speciale sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro) lavoriamo alla stesura e approvazione di un testo unico antimafia che consenta, oltre all’introduzione del reato di associazione mafiosa, anche la confisca e il sequestro di beni in tutti i 27 Stati membri dell’Ue.

Svilire il significato della legge Rognoni-La Torre, smantellandone i principi, non è il miglior modo per onorare la memoria di chi già trent’anni fa aveva intuito quale fosse il tallone d’Achille delle organizzazioni criminali di stampo mafioso e per questo era stato trucidato.