Milano come Chicago. Milano come il Far West. Milano come Scampia. In tanti si affannano a urlare, con toni anche molto sopra le righe, per lanciare l’allarme criminalità, ogni volta che all’ombra della Madonnina una pistola spara e uccide.

Ma Milano come Palermo (o come Reggio Calabria) no, questo mai: se la criminalità da comune diventa mafiosa, allora i toni diventano sobri, gli allarmi vellutati. Non bisogna infangare il buon nome dell’ex capitale morale! Nel gennaio 1999 ci furono nove omicidi in nove giorni e Milano fu macchiata, gridarono parossisticamente giornali e tv, da una “scia di sangue”. La parola d’ordine fu: “Milano come Chicago”, la Chicago dei gangster e di Al Capone. Il sindaco di allora, Gabriele Albertini, indossò i panni dello sceriffo e predicò la “tolleranza zero”. Poi si scoprì che i “nove omicidi in nove giorni” erano stati soltanto una tremenda bizzarria statistica, la concentrazione a inizio gennaio di fatti di sangue gravissimi. A fine anno, i consuntivi stabilirono che gli omicidi a Milano e dintorni erano in realtà diminuiti del 5,49 per cento rispetto all’anno precedente.

Qualche anno dopo, sindaco Letizia Moratti, ripartì l’allarme criminalità e il primo cittadino scese in piazza a guidare una fiaccolata contro il governo (allora di centrosinistra, presidente del Consiglio Massimo D’Alema), accusato di non concedere alla città gli strumenti e gli uomini necessari per combattere il crimine. Ora, il revolver che spara e uccide senza pietà in via Muratori riapre la danza macabra della politica che specula sulla paura. Ieri se un tabaccaio veniva ucciso da un rapinatore, il Comune (di centrodestra) dava la colpa al governo (di centrosinistra). Oggi se un killer uccide una coppia, il centrodestra cittadino accusa il sindaco (di centrosinistra), colpevole di aver trasformato “Milano in un Far West”, di aver ridotto la città “come Scampia”.

Non è solo il senso della misura a mancare. C’è anche una cinica strumentalizzazione politica. E la sproporzione tra la considerazione della criminalità comune e di quella mafiosa. La prima è enfatizzata, soprattutto a destra, e utilizzata politicamente per chiedere interventi mirabolanti (l’esercito!) e misure contro gli stranieri. Far leva sulla pancia dei cittadini e nutrire la paura crea consenso, porta voti. La criminalità mafiosa, invece, è stata a lungo negata al Nord. “Milano non è Palermo”, diceva il sindaco Paolo Pillitteri negli anni Ottanta. “Milano non è mafiosa”, ripeteva Letizia Moratti fino a ieri. Chicago sì, Palermo no. La preoccupazione reputazionale (non infangare la città della moda, del design, della finanza, del volontariato e di tante altre cose belle) era più forte dei fatti che dicevano, e continuano a dire, che le cosche si sono insediate sotto la Madonnina e hanno stretto patti con una parte della politica e dell’impresa. Ma “l’antimafia non porta voti”, come diceva cinicamente qualcuno di sinistra in Sicilia. Possibile che a Milano destra e sinistra, mentre la crisi della politica sta affondando l’intero sistema, non riescano a confrontarsi serenamente e razionalmente su un’agenda che dovrebbe essere comune: quella sulla criminalità, comune e mafiosa.

Il Fatto Quotidiano, 13 Settembre 2012