Rodolfo Sabelli è un magistrato gentile. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, l’Anm, nonostante abbia criticato duramente Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo proprio per la loro partecipazione al dibattito della festa del Fatto di Pietrasanta, non ha problemi a farsi intervistare dal nostro giornale per spiegare le motivazioni dell’ostracismo.

Dottor Sabelli, davvero lei pensa che Ingroia e Di Matteo avrebbero dovuto immediatamente dissociarsi da Marco Travaglio e appena udite le critiche al presidente Napolitano si sarebbero dovuti alzare per andare via?
Mi sono basato sulla cronaca del Corriere della Sera nella quale si descrive una platea che urlava ‘vergogna’ all’indirizzo del presidente Napolitano quando il Capo dello Stato veniva criticato sul palco. Una cosa è la critica e un’altra è l’oltraggio.

Sul sito del Fatto c’è la videoregistrazione integrale nella quale si vede la critica serrata di Travaglio al comportamento del Quirinale, alla quale corrisponde una partecipazione magari appassionata, ma sempre civile nella platea. Si rende conto di essere il primo capo di un sindacato di magistrati che arriva a invocare la limitazione del diritto di manifestazione del pensiero dei suoi iscritti? Forse è solo una sua posizione personale?
Ovviamente ho parlato nella veste di presidente dell’Anm e non ho certo messo in discussione la partecipazione dei magistrati ai dibattiti con un contenuto politico in senso ampio. Ho voluto precisare però i limiti di questo diritto. In questo caso ci sono magistrati titolari di indagini delicate, già oggetto di strumentalizzazioni, che parlano in una manifestazione oggettivamente politica.

Era un dibattito, alla festa di un giornale, su venti anni di stragi e trattative tra Stato e mafia. Non era una festa politica di partito, come quella del Pd, alla quale Ingroia ha partecipato senza alcuna polemica
Non è in discussione la partecipazione, bensì l’oggetto del dibattito. Erano politiche le dichiarazioni di Antonio Ingroia e riguardavano proprio la materia delle indagini delle quali sono titolari i due magistrati. Inoltre i discorsi seguivano la consegna delle 150mila firme a sostegno dei magistrati.

Cosa c’è di male nel fatto che un magistrato accetti la consegna di 150mila firme raccolte da un giornale in segno di solidarietà?
È un comportamento che manifesta una sensibilità verso il consenso popolare che non è opportuna per un magistrato. Il magistrato non deve cercare il consenso e non deve temere il dissenso della piazza.

L’esigenza sentita dai lettori e raccolta dal Fatto di raccogliere le firme a difesa dei magistrati nasceva anche dal silenzio dell’Anm. Perché non avete mai difeso con forza Messineo, Ingroia e Di Matteo?
Il 18 agosto, dopo che il presidente del Consiglio Monti in un’intervista aveva parlato di abusi, siamo intervenuti con un comunicato nel quale abbiamo detto ‘allo stato appare improprio ogni possibile riferimento a presunti abusi che sarebbero, comunque, oggetto di altre procedure di controllo, secondo gli strumenti previsti dalle normative vigenti’.

Non sembra proprio una difesa convinta di fronte a un’accusa grave come l’abuso. E arriva più di un mese dopo la sollevazione da parte del Capo dello Stato di un conflitto di attribuzione con un atto nel quale si accusano i pm di gravi violazioni di legge. Non avete detto nulla nemmeno quando hanno accusato i pm di usare le intercettazioni per ricattare Napolitano. Perché?
Il problema è che bisogna distinguere la critica dall’attacco. La critica è lecita e utile. Non è nostro compito intervenire nel merito. Noi interveniamo solo quando è messa in discussione l’autonomia del magistrato nella sua azione.

Non siete intervenuti però quando sono uscite le intercettazioni di Mancino e di D’Ambrosio. Si parlava di intervenire sui giudici e sul Procuratore nazionale Grasso proprio per imporre coordinamenti tesi a limitare l’azione dei pm di Palermo. Nulla da dire nemmeno in quel caso?
Le rispondo con quello che ha detto Antonio Ingroia che ha escluso ogni interferenza sulle indagini.

Non c’è stata perché il procuratore Grasso si è opposto, ma il tentativo di intervenire su di lui mediante il Procuratore generale della Cassazione c’è stato. A proposito, non avete detto nulla nemmeno su quell’intercettazione nella quale il Procuratore generale Esposito dice a Mancino di essere a sua disposizione. Perché?
Io come presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati non intervengo su intercettazioni delle quali non conosco l’esistenza negli atti né il valore probatorio che gli attribuisce la Procura di Palermo.

Quelle intercettazioni sono state pubblicate sul Fatto con tanto di carta intestata della DIA e sono entrate nel dibattito proprio come l’intervento di Ingroia a Pietrasanta.
Le dichiarazioni di Ingroia sono una cosa ben diversa: un discorso oggettivamente politico. Perché non ha invitato a cessare le collusioni tra politici e mafia, ma ha invitato i cittadini a cambiare questo ceto politico collegando il discorso alla materia delle sue indagini.

Non è proprio così. Ingroia ha chiesto ai cittadini di agire con il voto per cambiare la classe dirigente dopo avere elencato le leggi che non sono state fatte per lottare contro la mafia. Nessun collegamento con l’inchiesta sulla trattativa.
E no, lì l’invito era chiaro. È un’affermazione politica che si riferisce alle indagini di cui Ingroia e Di Matteo sono titolari. A prescindere dal punto in cui ha pronunciato la frase più politica, sapeva bene che tutti i giornali avrebbero dato spazio solo a quella e non alle altre parti del discorso.

Lei non avrebbe accettato le firme di 150mila persone?
Io ci avrei riflettuto. La magistratura non ha bisogno del consenso popolare. Noi amministriamo la giustizia in nome del popolo non perché ci sono 150mila persone che firmano a nostro sostegno.

da Il Fatto Quotidiano del 12 settembre 2012