L’amico sondaggista mi fornisce gli ultimi aggiornamenti sull’andamento riguardo agli orientamenti in perenne fluttuazione dell’opinione pubblica nazionale: sale la stella del renzismo mentre il grillismo sta subendo qualche battuta d’arresto. Insomma, l’idea che esistano scorciatoie per i nostri problemi, nelle sue varie decinazioni, è sempre dura a morire. Tanto che “il credulone” si conferma quale vero tratto costitutivo della nostra mentalità.

Prendiamo l’appello al “largo ai giovani” di cui Matteo Renzi si è fatto portabandiera.

In teoria un’idea sacrosanta. Ma di quali “giovani” si parla? Nei Paesi davvero moderni e civili i quarantenni (il sindaco di Firenze è del 1975) non sono più considerati “giovani” ma uomini fatti, mentre si giudicano tali i venti/trentenni.
Comunque il banco di prova dell’asserita giovinezza dovrebbe essere il percorso biografico (Indiana Jones diceva “non sono gli anni ma i chilometri”) e le idee che si gettano sul tappeto della discussione pubblica. Ebbene, l’itinerario esistenziale di questi sedicenti “nuovi” – tanto dei di presunti rottamatori come dei presunti riparatori – si è svolto totalmente nei corridoi di partito, contraendo il repertorio completo di vizi (cinismo, disprezzo degli elettori, faciloneria… per non dire di peggio) che contraddistingue l’intera categoria, a prescindere dall’età anagrafica. Sicché, l’appello al ricambio (uno degli elementi fondamentali della democrazia) risulta solo la tattica per “fare le scarpe” ai titolari di poltrone su cui ci si vorrebbe piazzare, per rifare le stesse cose dei predecessori. Del resto le ricette del “giovane” Renzi sono vecchissime (un po’ di speculazione nel cemento/mattone, precarietà a go-go, meritocrazia nepotistica) e rancide. Tanto che neppure una spruzzata di spezie consulenziali può nasconderne lo sgradevole sapore.

Nel frattempo l’ultima entrata in materia di gurumania – leggi Beppe Grillo, il profeta internettista di sant’Ilario – inizia a mostrare qualche crepa. Un destino che incombe sull’overdose di personalizzazione della politica di questi anni: da Berlusconi a Di Pietro, da Vendola a qualche altra superstar creata mediaticamente.

Si potrebbe dire che lo spirito dei tempi non è più favorevole alla politica star system dilagata parossisticamente dopo il 2001: allora l‘incubo da cui il leader taumaturgo doveva salvarci era altrettanto personificato (il terrorismo islamico di Bin Laden, l’extracomunitario scippatore, eccetera). Ora l’angoscia è quella dell’inarrestabile impoverimento e il drago dei cosiddetti “Mercati” si presta poco a incarnarsi in qualche soggetto individuale. Difatti adesso occupano la scena personaggi sul grigio (gli Hollande, i Monti) e scompaiono i non rimpianti Bush jr, Belusconi o Sarkozy.

Forse l’estate ballerina sta finendo anche per i Grilli e le cicale? Si vedrà.

Ma il vero problema resta sempre irrisolto, ed è il rapporto tra rappresentanza e democrazia. Problema che viene da lontano e non è imputabile a questa scassata Seconda Repubblica al lumicino. Ma ve lo ricordate il vero e proprio terrore che gli Ugo La Malfa o i Giovanni Malagodi incutevano ai quadri dei loro rispettivi partiti? Per non parlare dell’assoluta sottomissione al Capo nel PSI di Bettino Craxi o dell’espulsione di quelli del Manifesto dall’allora PCI, apoteosi dell’esecrabile “centralismo democratico”.

Una questione che non ammette scorciatoie. A cui tutte le generazioni italiane passate e presenti si sono guardate bene dal mettere mano. E se i quarantenni si mangeranno i ventenni, come i sessantenni sbranarono la generazione dei cinquantenni, la politica come libera discussione partecipata per decisioni collettive resterà una promessa bugiarda, con cui turlupinare chi vuole bersela.