Finiscono le Paralimpiadi di Londra 2012 e probabilmente in casa Italia finisce un ciclo. Quello di Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico (Cip). Una vita dedicata allo sport: giovane promessa fino all’età di 17 anni, quando rimase paralizzato agli arti inferiori in un incidente in una gara a cavallo di pentathlon moderno; poi atleta paralimpico, con 8 ori conquistati nel nuoto ai Giochi tra il 1984 e il ’96. Quindi dirigente: vice-presidente del Coni, commissario straordinario della Figc nel 2006; ma soprattutto presidente del Cip, dal 2003, anno della sua fondazione.

Adesso, dopo aver raggiunto grandi risultati, è pronto a salutare. Lo dice e non lo dice, non chiude la porta. Ma le sue parole suonano d’addio, si commuove anche, quando alla fine della cena di chiusura ringrazia tutti “per quello che mi avete dato in questi 12 anni, indimenticabili”. Lascia (forse) l’Italia paralimpica al 13esimo posto del medagliere mondiale: il miglior risultato di sempre nell’era moderna, un balzo in avanti di 15 posti rispetto a Pechino. Ma con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare, nello sport e non solo, perché il paralimpismo è anche la cartina di tornasole di come vanno le cose nella nostra società. Al fattoquotidiano.it racconta le sue emozioni, traccia un bilancio di questi Giochi e dello stato di salute del movimento paralimpico italiano, tra occasioni colte o mancate, passato presente e futuro.

Presidente, che giudizio possiamo dare di questi Giochi di Londra 2012?
Positivo, sotto tutti i punti di vista. Ci siamo presentati con la delegazione più ampia di sempre e finiamo con il risultato migliore di sempre. Il 20% degli atleti è andato a medaglia, una percentuale altissima; e l’età media della squadra, grazie a talenti come la Corso, la Caironi e la Camellini, è molto bassa.

C’è sempre un però: abbiamo fatto passi da gigante, ma nel medagliere olimpico siamo ottavi, in quello paralimpico “solo” tredicesimi. Come si spiega questa discrepanza?
Ci sono vari motivi. Nel programma paralimpico ci sono 20 discipline, noi siamo presenti solo in 12 e in queste non in tutte le categorie. In alcune non ci siamo qualificati, in altri (come il sitting volley o il rugby) abbiamo appena avviato l’attività in Italia e non siamo ancora pronti. Ma le ragioni non si esauriscono certo in ambito sportivo…

Ovvero?
Il medagliere parla chiaro: ci sono dei Paesi che hanno fatto degli investimenti importanti sui disabili e sullo sport, e adesso raccolgono i risultati. E non mi riferisco solo alla Cina. Penso al Brasile, per esempio: in vista di Rio de Janeiro 2016 loro hanno avviato una serie di programmi per promuovere lo sport fra i disabili da milioni di dollari. Hanno colto al volo l’occasione delle Olimpiadi e oggi hanno una delegazione di oltre 200 atleti (quella italiana ne conta 97, nda). Noi non abbiamo fatto altrettanto.

Crede quindi che la scelta di rinunciare alla corsa per le Olimpiadi del 2020 sia stata un errore?
Credo solo che quando si ha la possibilità di ospitare un grande evento come i Giochi c’è un investimento che non è solo economico ma è anche sociale. Di questo forse si sarebbe dovuto tenere conto in misura maggiore. Ma è una storia chiusa ormai. 

D’altra parte, non è solo ospitando le Olimpiadi che si cambiano le cose…
Ho parlato di Cina e Brasile, ma in questa direzione lavorano anche molte altre nazioni, soprattutto nell’Est Europa. Nel paralimpismo, il tema sportivo non è disgiunto da quello sociale: l’Italia vive una situazione abbastanza eccezionale, con un mondo dello sport vincente nonostante si investa molto poco sulla disabilità. Ci vorrebbe uno Stato disponibile a gestire con serietà i finanziamenti alle politiche sociali, ma su questo nutro più di qualche dubbio. È da qui che deriva la discrasia col mondo olimpico.

Il Cip ha un finanziamento statale di 6 milioni di euro all’anno. Sono sufficienti?
Sei milioni sono quasi nulla. Noi ce li facciamo bastare, riusciamo a dar vita a progetti di promozione dello sport fra i disabili, a sostenere l’attività degli atleti, a volte anche a contribuire all’acquisto delle attrezzature. Ma questo è lo scoglio più grosso: con questa disponibilità, il Cip può intervenire sui materiali solo per gli atleti già affermati. Per un disabile, però, il vero problema è avvicinarsi allo sport, visto che una carrozzina da corsa, o una protesi, costano migliaia di euro. Se lo Stato crede davvero nello sport come strumento di integrazione, deve mettere tutti nelle condizioni di praticarlo. Quando avremo la possibilità di avviare un programma di questo tipo allora cambieranno davvero le cose.

Eppure nel corso della sua presidenza sono stati raggiunti traguardi importanti. Com’è stato possibile?
Attraverso i mezzi che abbiamo a disposizione: il lavoro, l’impegno giornaliero, il contatto umano. Abbiamo dato vita ad un progetto riformatore a lungo termine. Il risultato non sono solo le 28 medaglie di questi Giochi, ma la visibilità di cui oggi gode il movimento paralimpico. E’ qualcosa di solido, da cui non torneremo indietro.

Intanto, però, il suo mandato scade nel 2013. Il suo ciclo al Cip è finito?
Può essere, anche se non escludo l’ipotesi di un terzo mandato: sono stati anni molto intensi, ma a un certo punto nella vita bisogna voltare pagina, per il bene di entrambe le parti. Di certo, però, il mio non sarà un addio: ho in mente delle sfide che vanno oltre il mondo paralimpico ma sono sempre nell’interesse del mondo paralimpico.

Come il Coni, per esempio…
Per il ruolo di presidente non mi sento ancora pronto, ma la carica di segretario generale è una possibilità concreta. Sento di dover fare questo salto perché per me non è mai esistita una divisione tra Olimpiade e Paralimpiade, il mondo dello sport è uno solo. È su questo che voglio lavorare.

Parliamo di prospettive importanti, un Comitato nazionale unico.
E’ un sogno, lo so. Ma era un sogno anche avere un Comitato Paralimpico. E ce l’abbiamo fatta. Secondo molti sono un ‘rompiballe’ (ride, nda): io preferisco dire che sono come una goccia che scava la pietra. Ci vorrà del tempo, ma è un sogno realizzabile. Perché non stiamo conquistando solo medaglie, stiamo cercando di cambiare la cultura del nostro Paese nei confronti della disabilità. E lo sport è uno strumento straordinario: quello che ci hanno comunicato questi Giochi di Londra ce lo ricorderemo a lungo.