Nel paese dei ritardi, della storica assenza di ordine nell’uso delle frequenze, il Governo è corso a rilasciare i diritti d’uso delle stesse frequenze alle televisioni per 20 anni. Un fatto positivo? Finalmente un termine rispettato? No, una incomprensibile accelerazione. Almeno due importanti motivi avrebbero suggerito di aspettare. 

1. Il Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze, presupposto essenziale al rilascio, è ancora in fase di profonda modificazione a causa della gara per LTE (la telefonia mobile di nuova generazione che usa una banda di frequenze attualmente assegnata alle TV), della gara per le frequenze già oggetto del cosiddetto beauty contest (di cui allo stato si sono perse le tracce), dei problemi conseguenti il passaggio al digitale (coordinamento internazionale, criticità nella ricezione emerse in alcune regioni, frequenze utilizzate dal servizio pubblico). Senza un Piano “stabile” dunque è come voler rilasciare permessi a costruire case in assenza di un piano regolatore;

2. Nulla si è fatto per riformare le regole antitrust sulla raccolta pubblicitaria, con il risultato paradossale che anche in presenza di una crisi di audience il principale gruppo privato italiano aumenta i suoi introiti da pubblicità.

Perciò, consolidare le attuali posizioni di mercato con il rilascio di diritti d’uso ventennali in assenza di una riforma del sistema radiotelevisivo costituisce oggettivamente un favore ai soggetti che in questi decenni sono stati i padroni dell’etere. Per molti, anche a sinistra, non esiste più una questione televisiva in Italia. Si dice: ci sono i grandi aggregatori come Apple, Google, Amazon, c’è internet, dunque che senso ha parlare ancora di televisione. Tuttavia, questa giustificazione appare debole. E’ concettualmente sbagliato equiparare i fenomeni della rete con la televisione. Sono mondi diversi con effetti di sostituzione tutt’altro che immediati.

Certo l’avvento di internet anche nel mondo della televisione è un’opportunità non una sciagura da cui difendersi, ma i tempi entro cui le nuove tecnologie soppianteranno i tradizionali network televisivi sono difficilmente prevedibili, soprattutto per il fatto che non ci sono ancora grandi ritorni sugli investimenti dal settore delle nuove tecnologie. 

L’innovazione dei sistemi di distribuzione dei contenuti (es. provider ott, cord-cutting) sta infatti contribuendo in modo parziale a nuovi modelli di business nel mercato televisivo. I consumatori non sembrano optare decisamente per essi cancellando gli abbonamenti pay (ciò anche in considerazione del costo delle connessioni broadband). E poi le distorsioni di mercato e legislative nel settore della televisione tradizionale hanno comunque un effetto anche per le nuove forme di trasmissione.

La storia della IPTV di Fastweb, la sua chiusura, dimostrano in modo inequivocabile che politiche di favore ad un certo sistema televisivo impediscono la costituzione di offerte concorrenti anche sul broadband. In assenza di riforme sarà ancora peggio per chi tenterà di sperimentare sull’etere forme nuove di televisione (es. progetto Servizio Pubblico).

Dunque esiste ancora un problema televisivo in Italia e fa un pò specie sentire il Presidente del Consiglio dire, a proposito della Rai: “abbiamo rotto i vecchi schemi della televisione”. Eppure basterebbe poco. Per iniziare, anche in assenza di una legge di riforma della Gasparri o della Rai, perché non definire criteri trasparenti sul rilevamento degli indici di ascolto, affinché gli investitori pubblicitari si orientino dove effettivamente c’è audience? Perché non farlo subito in uno dei provvedimenti annunciati sullo sviluppo e la concorrenza?