Leggendo il decreto legge promulgato dal ministro Balduzzi sulla Sanità mi sono improvvisamente reso conto di essere invecchiato in quanto avevo già sentito troppe volte gli stessi programmi e intenti.

Nella mia attività di medico si tratta dell’ennesima volta, non saprei definire quante ma credo circa una decina, che viene proposto in pompa magna: “l’allontanamento dei partiti dalla gestione della sanità e l’affidamento degli incarichi dirigenziali in base al merito”. Puntualmente si sono determinati cambiamenti di facciata. Ad esempio le Mutue sono divenute Servizio sanitario, le Unità sanitarie trasformate in Aziende sanitarie, i distretti si sono prima suddivisi in piccoli territori poi uniti in aggregazioni ampie per poi tornare a suddividersi. In realtà l’unico vero cambiamento finita l’epoca dei Baroni Universitari, che decidevano nel bene e nel male, è stato il subentrare di una ferrea gestione partitica spesso clientelare.

Il cinismo mi porterebbe a ritenere impossibile, anche questa volta, una riforma e sicuro un cambiamento formale di facciata che però non determinerà sostanziali variazioni. Nel decreto si afferma ad esempio che i dirigenti delle Usl saranno scelti in una lista di persone con un curriculum in cui emerga l’esperienza nel settore. Sappiamo però che solo coloro che sono stati precedente cooptati da qualche direttore generale hanno potuto fare l’esperienza dirigenziale da inserire nel curriculum. Anche per la scelta dei primari il cambiamento nella commissione esaminatrice è assolutamente irrilevante, visto che la scelta ultima rimane nelle mani del direttore generale, emanazione diretta dei partiti.

Forse occorre accettare la realtà e invece che pensare a un allontanamento della politica dalla sanità spingere perché la politica entri ancora di più e in modo aperto nella gestione sanitaria. Sarebbe più trasparente eleggere direttamente, assieme al sindaco della città, il direttore generale della Usl che a quel punto sarebbe un politico e non più uno pseudo tecnico mascherato, dandogli carta bianca nella scelta dei primari con incarichi non più a vita, ma rinnovabili. In questo modo il dirigente Usl avrebbe una responsabilità diretta verso i suoi concittadini e sarebbe spinto a selezionare in base al merito e non meramente alle clientele, per sperare in seguito di essere rieletto.

Quando giovane medico mi recai a svolgere uno stage a Ginevra in Svizzera era assolutamente chiaro che il dirigente della Sanità era un politico. Costui aveva facoltà di cambiare i primari ospedalieri i quali, a loro volta, selezionavano i medici e il resto del personale sanitario. In questo modo era semplice individuare la responsabilità di eventuali disservizi o il merito di situazioni d’eccellenza. Visto che nessuno aveva incarichi a vita, ma rinnovabili, si poteva attuare un cambiamento nei casi negativi.

Tornato in Italia ho lavorato per circa venti anni in strutture sanitarie pubbliche per poi decidere di licenziarmi per meglio seguire attività di insegnamento, ricerca universitaria e  psicoterapia. Pur non lavorando più in ospedale sono affezionato al servizio sanitario nazionale che ritengo una conquista sociale. Dall’esterno mi spiace vedere situazioni di degrado e di malgoverno in un sistema che rappresenta spesso la prima azienda, in termini di fatturato, del territorio.