Ho appena terminato di ascoltare la terza e ultima giornata della convention democratica americana, a Charlotte. Quella in cui, finalmente, Barack Obama ha consegnato alla storia il suo discorso di accettazione della nomina a correre per il secondo mandato alla Casa Bianca.

Nella mia vita ho ascoltato centinaia di comizi politici, in almeno quattro lingue differenti. Sono romano di nascita e canadese d’adozione: il cinismo il mio Paese me lo ha servito nel biberon col latte e poi a pranzo e cena per almeno tre decenni. Da giovanissimo, fino ai primi vent’anni, sono stato comunque un idealista e ho anche fatto politica attiva, a scuola e in strada. Erano anni in cui i giovani non facevano politica: facevano i paninari. Poi, quando mi sono avvicinato abbastanza ai partiti e alle associazioni per percepirne l’odore interno, per coglierne la miseria e l’esigenza di riciclamento individuale di migliaia di uomini piccoli, ho lasciato perdere e mi sono fatto scivolare in un riflusso che ha coinvolto, assieme a me, alcuni milioni di italiani e quasi per intero la mia generazione.

Mi sono dedicato al mio privato, nella convinzione che se non era possibile cambiare la società italiana nell’arco di una sola vita, era almeno possibile cambiare l’arco di una sola vita.

Il Caso, le scelte, mi hanno portato a vivere lontano dai miei bei viali alberati romani. Sono sempre in una capitale, ma di un altro Paese, al di là della pozzanghera, come oggi va di moda chiamare l’Oceano Atlantico. E ripeto: di comizi politici ormai ne ho ascoltati talmente tanti da avere un senso di acido alla bocca dello stomaco non appena un politico guarda verso la telecamera. Eppure, il discorso di Barack Obama di stasera ha suonato una musica più limpida che mai. Un uomo, che è la perfetta incarnazione del sogno americano, ha illustrato in modo piano, senza eccessi retorici ma con una dialettica brillante in cosa consiste la sua visione di uomo, prima ancora che di politico.

Una visione fatta di risultati politici – piccoli, medi e grandi – che hanno portato un cambiamento nelle vite di milioni di americani. “Bin Laden è morto e la General Motors è viva“, cantilena l’efficace slogan del vice-presidente Joe Biden, che riassume in una botta secca il succo di questi primi quattro anni da presidente di Obama. Ma i risultati di questi quattro anni sono molto più vasti di quanto uno slogan, pur ficcante, possa riassumere. La riforma della sanità Medicare; i massicci interventi di denaro pubblico sull’economia, le infrastrutture, l’istruzione e la ricerca; i tagli alle tasse per la classe media e non per i benestanti; la cancellazione del discusso “Don’t Ask, Don’t Tell” per i militari omo e bisessuali; l’apertura personale al matrimonio come diritto per tutti; l’apertura delle frontiere ai visitatori sieropositivi e la prima strategia nazionale contro l’AIDS; il programma di agevolazioni fiscali per le compagnie che creano posti di lavoro in America e non all’estero; la fine della guerra in Iraq; l’inizio del ritiro dei soldati dall’Afghanistan; l’imponente programma di defiscalizzazioni per il reinserimento civile dei veterani di guerra che tornano a casa: “Perché nessuno che ha combattuto per l’America all’estero, debba combattere per trovare un lavoro o un tetto una volta tornato a casa“.

Sono questi gli argomenti con cui Obama ha riempito un fresco giovedì sera di settembre di milioni di americani e non americani all’ascolto. Scelte. Decisioni. Che – dice con un pizzico di retorica sapiente – “non ho fatto io, ma avete fatto voi. Col voto, quattro anni fa. Avete cambiato la vostra vita e quella di milioni di americani che hanno usufruito delle possibilità messe a disposizione da queste scelte. Avete fatto tanto, ma c’è ancora tanto da fare. Non vi dirò che sarà semplice, anzi, la strada è lunga; ma noi siamo in cammino.” 

E poi l’affondo, gentile ma fermo, verso i concorrenti Repubblicani: “Dicono che in questa crisi ciascuno di noi è solo. No, questo non è ciò che noi siamo. Noi americani non siamo fatti così. Noi non siamo soli. Noi siamo insieme. E insieme andremo avanti, senza lasciare nessuno indietro, aiutando a rialzarsi chi è caduto, insieme, tutti insieme andremo ancora avanti. Per questo vi chiedo ancora una volta il voto in novembre.”

Barack non sta urlando e non sta recitando. Forse legge un gobbo elettronico, ma l’idea che dà – a differenza di tanti suoi colleghi – è che lui sta spiegando le cose in cui crede, attraverso il vecchio “show, don’t tell“: la mia politica ha fatto queste cose, la mia visione è spiegata in queste cose fatte, gli altri hanno una visione differente e vogliono fare cose diverse. E’ così semplice e vero il filo logico di Obama che alla fine del suo discorso, anche dall’occhio del cinico romano non può che scendere una lacrima. Questo bel papà brizzolato e slanciato, dal sorriso largo e dalla famiglia innamorata, è semplicemente il miglior leader politico che abbia mai giudicato in vita mia.