Un lobbista, ma comunque un imprenditore. Pierangelo Daccò, l’uomo che pagava le vacanze del presidente Roberto Formigoni, si è sempre difeso dicendo che lavorava con le sue società per agevolare enti e cliniche. Ma le varie società riconducibili all’uomo, coinvolto sia nell’inchiesta San Raffale sia nell’indagine sulla Fondazione Maugeri nella quale è indagato anche il governatore lombardo per corruzione, sarebbero fantasma. Almeno è quello che ritiene il Tribunale del Riesame che ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa dopo il sequestro di beni per 60 milioni di beni tra cui yatch, vini e quote societarie. Le società alle quali la Fondazione aveva versato “somme rilevantissime” – circa 70 milioni di euro – per consulenze fittizie, “non risultavano dotate né di strutture logistiche, né di personale, né infine, di documentati costi di gestione coerenti con la causale delle consulenze” argomentano i giudici.

Riprendendo l’ordinanza, a firma del giudice per le indagini preliminari di Milano Vincenzo Tutinelli (con cui lo scorso maggio un altro collegio aveva rigettato l’istanza di scarcerazione presentata) i giudici hanno ricordato come sia “emblematico” il fatto che per la MTB, una delle società di Daccò, “siano state accertate spese solo per l’acquisto di una barca da diporto (Ojala, ndr) e per l’acquisto di vini del valore di centinaia di migliaia di euro”.  L’Ojala era la barca che vedeva come ospiti fissi Formigoni e l’amico e convivente Alberto Perego come raccontato dallo stesso comandante. Per il Riesame questi accertamenti confermano la “fittizietà delle fatturazioni” emesse dall’ente con sede a Pavia per pagare “costose” consulenze fantasma con lo scopo, secondo l’inchiesta, di drenare soldi. Denaro rimbalzato in fondi neri in conti esteri e usati poi per sbloccare pratiche in Regione Lombardia a favore della Maugeri. Del resto come raccontato dallo stesso presidente, Umberto Maugeri, ai domiciliari dall’aprile scorso, passare per Daccò era indispensabile.