Alle porte di un nuovo anno all’Accademia di belle Arti. In cerca di qualche ottimismo da infondere ai nuovi iscritti, e a me stessa, mi imbatto nell’articolo del Prof. PierLuigi Sacco (Domenicale del Sole del 2 settembre) che annuncia  la pubblicazione di una ricerca- da lui presieduta- sulle industrie culturali italiane. Finanziata da Unioncamere e fondazione Symbola, vanta l’ambizioso titolo di L’Italia che verrà: cultura economia e società.

I suoi fini:”leggere e valorizzare le risorse anche immateriali del paese. Per scoprire …Le radici e gli incubatori di un futuro possibile”.

Benissimo. Meritevole. Pare roba seria. Non mi soffermo troppo sul triste termine industrie culturali e vado a leggere la sezione – succinta in verità –  dedicata alle Arti Visive.

Intanto mi accorgo che le varie realtà culturali virtuose censite si fermano al 2006/7 (alcune di queste realtà sono già purtroppo finitissime). Degli ultimi sei/sette anni nulla. Per quello che riguarda la formazione didattica, si liquidano in poche righe Accademie e Scuole d’Arte. Ci viene detto che, malgrado un rilevante aumento di iscritti (dati sempre fermi al  2006) queste Istituzioni “mostrano forti criticità e una scarsa capacità di innovazione“. Così, tutti insieme, in un bel fascio indistinto. Finissima analisi.

Saremmo troppo legati alla tradizionementre rimangono sottovalutati gli aspetti legati alla valorizzazione dell’intelligenza artistica dello studente e alla crescita del  suo capitale relazionale,  per  accompagnarlo in misura adeguata nel suo ingresso nel mercato dell’arte contemporanea”.

Ah, il mercato. Ah, lo studente con il suo capitale relazionale. 

Mi suona sinistro e vagamente offensivo. Comunque possiamo ancora imparare qualche cosa. E ce lo insegna sempre il Prof. PierLuigi Sacco nell’articolo del Sole.

Se in Italia poco si crede  nella cultura come fattore trainante di sviluppo economico,”…malgrado una messe di dati e di ricerche sia lì a dimostrare l’esatto contrario” (oddio, la sua ricerca non aiuta poi tantissimo), è perchè siamo vittime della sindrome psicologica della dissonanza cognitiva.

Questa sindrome sarebbe (cit. Wikipedia) : la situazione di complessa elaborazione cognitiva in cui credenze, nozioni, opinioni esplicitate contemporaneamente nel soggetto in relazione ad un tema si trovano a contrastare funzionalmente tra loro.Vale a dire, pensare di credere in una cosa e trovarsi a fare l’opposto. Così si spiegherebbe perchè: “…l’opinione pubblica italiana rimanga scettica sulla possibilità di trarre benefici economici dalla cultura pur sapendo che sarebbe possibile.” 

Ah, ecco. Ci doveva essere qualche ragione fisiologica, una malattia, una turba. Magari genetica.

E venir fuori da una tale disturbo non pare affare da poco. Saggiamente Wikipedia ci ammonisce che la dissonanza cognitiva può essere – al massimo – ridotta. E in tre modi: producendo un cambiamento nell’ambiente; modificando il proprio comportamento; modificando il proprio mondo cognitivo.

Figurarsi, faceva prima a dirci che non si guarisce proprio.

Gentile professore PierLuigi Sacco, mi sa che questa cosa psicologica della sindrome male si adatta al nostro caso. Lo scetticismo riguardo alle possibilità di un cambiamento delle sorti economiche italiane grazie alla cultura, non ci provoca nessun disagio, nessuna malattia, come lei misericordiosamente immagina, ma prende l’ennesima forma di una quasi sfinita speranza in un cambiamento quale che sia. Impossibile poi se riguarderà noi stessi.

Modificare il proprio mondo cognitivo. Stava scherzando, vero?

Prof. PierLuigi Sacco(Domenica del Sole del 2 settembre