Per ora Silvio Berlusconi rimane testimone, com’era l’altroieri all’entrata dell’interrogatorio davanti ai tre pm di Palermo, e ancora tre ore dopo all’uscita. Nessuna delle parole dettate a verbale al procuratore Francesco Messineo, all’aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Lia Sava, nemmeno le più inverosimili, sono bastate a farlo passare alla veste di indagato per false dichiarazioni al pm: nessuna prova immediata della falsità della sua versione a proposito dei 40 e più milioni elargiti a fondo perduto all’amico senatore Marcello Dell’Utri, indagato per averlo ricattato. Altrimenti i procuratori avrebbero fatto subito entrare gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo che attendevano impazienti fuori della porta, nel corridoio della caserma della Guardia di Finanza in via dell’Olmata, un tempo sede della Santa Inquisizione romana (e su questa coincidenza storica Ghedini ha molto ironizzato con i pm).

IL BERLUSCONI che s’è dovuto arrendere a comparire, dopo vari rinvii, al cospetto della Procura di Palermo è un Caimano più mutante che mai. Chi si aspettava un atteggiamento duro e sprezzante, quello dell’eterna guerra alle toghe rosse (“matti, antropologicamente estranei alla razza umana”), è rimasto sorpreso. Berlusconi ha esternato tutta la sua “grande simpatia” soprattutto a Ingroia: “Ma lo sa – gli ha detto al termine dell’interrogatorio – che quel che dicono di lei le tv e i giornali non rende giustizia alla sua immagine? Lei oggi mi è apparso un magistrato affabile ed equilibrato. Peccato che abbia solo un difetto: lei tifa Inter e non Milan. Ma voi interisti vi pentirete di averci portato via Cassano. Quello ci mette poco a mettervi in subbuglio lo spogliatoio”. Poi ha addirittura incoraggiato il pm a entrare in politica: “Leggo sui giornali che lei si appresterebbe a scendere in campo: le assicuro che noi professionisti prestati alla politica siamo gli unici che possono salvare questo Paese…”. Al che Ingroia gli ha confermato la sua ferma intenzione di partire il mese prossimo per il Guatemala, accettando l’offerta di un incarico delle Nazioni Unite. E il Cavaliere: “Ma lo sa che in Guatemala sto investendo un sacco di soldi in un progetto umanitario? Stiamo costruendo un nuovo ospedale, appena torna dall’Africa ci mando Bertolaso”. Poi, durante la rilettura del verbale, ha dato fondo al solito repertorio, di captatio benevolentiae e di presunto umorismo. Prima le galanterie all’unica donna presente, la pm Sava, poi la solita barzelletta che ha raggelato la stanza. Riguardava alcuni killer mafiosi che fanno stragi e i vani tentativi dei loro avvocati di giustificarli. Nessuno dei pm accenna neppure a un sorriso, e lui si giustifica: “È una storiella che potevo raccontare molto meglio, ma non abbiamo tempo, mi pare”. Poi attacca una lamentazione già accennata durante l’interrogatorio sull’esosità dei suoi legali: “Voi non avete idea di quanto mi costano i miei avvocati”.

L’AUDIZIONE ha riguardato tutti i temi che già dieci anni fa i pm tentarono di sottoporgli nell’interrogatorio a Palazzo Chigi, nell’ambito del processo Dell’Utri, dove però Berlusconi era in veste di indagato di reato connesso e archiviato, dunque poté avvalersi della facoltà di non rispondere. Primo fra tutti, l’assunzione del boss Vittorio Mangano come fattore della villa di Arcore, nel ‘73-‘74: “Cercavamo uno stalliere per badare ai cavalli, in Lombardia non ne trovammo nessuno, allora Dell’Utri lo fece venire da Palermo. Aveva ottime referenze di ‘artigiano agricolo’. Marcello garantì per lui, come facevo a non fidarmi? Oltretutto Mangano, finché rimase da me, si comportò sempre da persona a modo e perbene”. Serviva anche da guardaspalle contro le minacce di sequestro a lui e ai suoi figli? “No, da quelle minacce, che non sapevo da dove provenissero, mi difesi trasferendomi per qualche mese all’estero e ingaggiando un servizio di vigilanza privato”. Ma perché se lo tenne in casa anche dopo che fu sospettato di aver sequestrato un suo amico appena fuori dalla villa e poi quando lo stesso B. e Dell’Utri lo additarono in una celebre telefonata come l’autore di un attentato dinamitardo nell’altra villa, quella di via Rovani a Milano? “Solo chiacchiere, dicerie, sospetti senza fondamento” per il Caimano che nella telefonata dice di avere “scherzato”, perché in fondo si trattava solo di “una bombetta”. E come fu che nel 1976 Mangano se ne andò? Licenziato, come ha sempre detto Dell’Utri, o uscita spontanea, come ha sempre detto Mangano? “Si allontanò spontaneamente per non mettermi in difficoltà”. Possibile che abbia continuato a elogiarlo anche in anni recentissimi come eroe, dopo che era stato imputato da Falcone e Borsellino e condannato per mafia, droga e omicidio: “Sì, ma questo s’è saputo solo dopo. E poi a Palermo è difficile distinguere i mafiosi dalle persone perbene. Io per esempio, ogni volta che ci vado, qualunque faccia veda ho l’impressione che sia la faccia di un mafioso”.

In tutto l’interrogatorio, il Cavaliere scarica elegantemente tutte le questioni spinose e imbarazzanti su Dell’Utri: non solo l’iper-referenziato Mangano, ma anche le continue richieste di denaro (“sapete com’è, Marcello ha una moglie spendacciona”). I prestiti “infruttiferi”, cioè mai restituiti, per una ventina di milioni e l’acquisto a prezzo gonfiato della villa di Como non furono iniziative del Caimano, ma risposte a pressanti richieste dell’amico bisognoso: “Quando un vecchio amico chiede, non posso lesinargli nulla”. Ma non perché fossero richieste che non poteva rifiutare: “Nè Dell’Utri né persone legate a lui han mai coartato la mia volontà”.

E i 21 milioni per una villa che valeva la metà proprio alla vigilia della sentenza di Cassazione? “So che Marcello temeva di finire in carcere: mi disse che in quel frangente voleva dare stabilità alla sua famiglia e io lo accontentai, convinto come sono che sia innocente, vittima di una persecuzione”. Non sapeva però che Dell’Utri fosse già volato precauzionalmente a Santo Domingo, dove poi una parte del denaro fu trasferita con strane operazioni: “Questo l’ho letto sui giornali e lo apprendo ora da voi”. Quel che sapeva è che la villa valeva molto meno: “Lui chiedeva 27 milioni, io la feci stimare e scoprii che valeva meno di 20, alla fine ci accordammo per 21”. Il punto più critico, quasi insuperabile, della versione berlusconiana è proprio questo: la causale di tanta munificenza per un manager già superpagato dal Gruppo: “Quei 20 milioni di prestiti erano in realtà donazioni, perché sapevo fin da subito che non gli avrei mai chiesto di restituirmeli”.

Ora le rogatorie, l’esame dei conti correnti, dei flussi finanziari e delle carte consegnate dal Cavaliere l’altroieri permetteranno alla Procura di chiarirsi le idee sulla veridicità della sua testimonianza. Al termine della quale, mentre si ricongiungeva con Ghedini e Longo, Berlusconi ha salutato i magistrati con una simpatia particolare per Ingroia: “È stato un vero piacere conoscerla di persona, lo dico senza ipocrisia. Auguri per il Guatemala. E mi raccomando: se passa da Milano, venga a trovarmi”. Le facce degli avvocati e di Ingroia le possiamo soltanto immaginare.

da Il Fatto Quotidiano del 7 settembre 2012