Mogavero, don GalloLa sera del 24 giugno scorso, nella tenda Yurta del Festival Suq di Genova, abbiamo messo in scena letture e musiche ispirate al libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. A pochi giorni dalla scomparsa del suo autore, il gesuita cardinale Carlo Maria Martini, vorremmo riprendere il nostro consueto appuntamento coi lettori del Fatto proprio nel suo ricordo, pubblicando l’intervista a Paola Caridi, corrispondente da Gerusalemme per Lettera 22, che ha aperto quella serata.

Qual è la storia del tuo incontro con questa città?

Ovviamente è un incontro da giornalista, quindi un approccio totalmente laico, nonostante Gerusalemme sia considerata una città santa. Io ne ho visto devo dire in questi nove anni la parte meno santa, la parte che usa le religioni come alibi e come strumento politico. Ne vedo la sofferenza quotidiana delle persone, persone di tutte le fedi. Ma quelle che vedo io sono persone, dopodiché hanno anche una fede – spesso evidente nei vestiti che indossano – ma che io non debbo sapere in prima battuta: quelli che ho davanti sono degli uomini, delle donne, dei bambini, degli anziani, poi sono anche ebrei, musulmani e cristiani…ma questa è una cosa che a me interessa molto relativamente.

In questi nove anni quello che da una parte mi ha sorpreso e dall’altra mi ha fatto arrabbiare è il fatto che molti tra i pellegrini che ho visto hanno avuto con la città un rapporto autoreferenziale, che riguardava la fede ma non la fede calata nel presente, in mezzo agli uomini. Parlo soprattutto per i pellegrini cristiani perché io sono cattolica, ho visto molti che guardavano le sacre pietre e non guardavano gli uomini e le donne di Gerusalemme. Questo francamente mi ha indispettito perché nel mio rapporto con la fede il Vangelo è presente, è atto, è condivisione, e invece quello che ho visto mi sembra una lettura riduttiva di un pellegrinaggio.

Chi sono i giovani di Gerusalemme oggi?

Devo dire molto diversi da tutto questo. Ho incontrato soprattutto giovani cooperanti, coloro che fanno progetti di cooperazione con i palestinesi. Quelli che ho incontrato a Gerusalemme ma a Gaza ma in Cisgiordania sono giovani che si interessano molto poco alle pietre e praticamente del tutto alle persone.

I giovani propriamente nati a Gerusalemme sono giovani che hanno le stesse ambizioni, gli stessi desideri di tutti i giovani del mondo. Vogliono una vita dignitosa, un lavoro dignitoso, poter studiare, magari non farsi ammazzare a vent’anni, e nello stesso tempo però sono ragazzi che hanno un rapporto con la realtà diverso, nel senso che si ha un’infanzia negata oppure un’infanzia che dura molto poco, da parte dei Palestinesi e da parte degli israeliani, ovviamente con carature diverse che non bisogna nascondersi. Nel caso di Gerusalemme che per metà è una città occupata dal 1967 (nella parte orientale), il rapporto tra i ragazzi palestinesi e i ragazzi israeliani è un rapporto di forza, in cui i ragazzi israeliani sono spesso soldati che imbracciano un fucile e chiedono i documenti ai ragazzi palestinesi; ragazzi e ragazze israeliane con la divisa, ragazzi e ragazze palestinesi senza divisa.

Questo lo sottolineo perché Gerusalemme è una città diversa rispetto a Tel Aviv, rispetto a Nazareth, rispetto ad Haifa e alle altre città; è una città in cui l’altro non è trasparente perché vive nello stesso luogo, e ci sono rapporti di forza che sono evidenti nella vita quotidiana. C’è ovviamente anche una vita che dovrebbe essere normale, cioè al di fuori delle divise e al di fuori dei rapporti di forza, ed è una vita frammentata tra le diverse parti della città, non c’è una vita condivisa, anche se si dice che Gerusalemme sia una città unificata sotto il governo israeliano.

Gerusalemme è ancora una città divisa in cui i luoghi dove si può e si vuole stare insieme sono pochissimi, rari, quasi inesistenti, e riguardano un pezzettino delle due popolazioni e sono peraltro sempre di meno, perché la situazione non è affatto migliorata, anzi direi che è peggiorata negli ultimi anni.

Dopo nove anni, il messaggio che come donna e come giornalista hai nel cuore da questa città è un messaggio di scoraggiamento, di odio o è comunque un messaggio di speranza?

Sono diversi messaggi insieme. Se si sta troppo a Gerusalemme si rischia di odiarla e credo che mettere una distanza tra se stessi a Gerusalemme dopo così tanti anni sia necessario.

E’ un messaggio di speranza? Mah, direi molto poco. Io sono ottimista nella vita, ma Gerusalemme è riuscita come a moderare il mio ottimismo, soprattutto quando parliamo di pace, perché secondo me di pace si parla molto a sproposito, e proprio la parola pace – che pure è contenuta nella parola Gerusalemme – è stata abusata e anche violentata in questi anni da tutti quanti.

E’ il caso che Gerusalemme torni centrale ma scardinando i luoghi comuni e cercando di capire che cos’è realmente oggi, perché solamente attraverso una lettura senza propagande, senza stereotipi, di Gerusalemme si riesce ad arrivare al cuore del conflitto. Il quale è molto semplice come per tutti i conflitti: è un problema di riconoscimento dell’altro. C’è bisogno di riconoscere l’altro perché senza non ci sarà alcuna pace, e non ci sarà non solo alcuna pace giusta, ma alcuna pace durevole.

Quindi la mia speranza è che un giorno o l’altro la persona che ci sta davanti non sia trasparente, non sia invisibile. Ecco io credo che Gerusalemme in questi anni sia invisibile come città reale, ma sia anche una sorta di rappresentazione dell’invisibilità dell’altro. La mia speranza è che un giorno o l’altro questo benedetto muro, che è anche fisico e che è anche all’interno di Gerusalemme (un muro di cemento alto nove metri) cada così come ne sono caduti altri, come è caduto il muro di Berlino che hanno cominciato a erigere quando io sono nata cinquantuno anni fa. Ecco spero che anche questo muro di cemento cada e mostri veramente l’altro, e poi si scoprirà che l’altro è simile se non uguale a se stessi, una cosa estremamente banale ma che sembra sia impossibile in questo momento comprendere a Gerusalemme.

Il Suq vi dà appuntamento il 25 settembre ad Alessandria con lo spettacolo Esistenza, soffio che ha fame (di e con Carla Peirolero e don Andrea Gallo), dove sarà certamente ricordato Carlo Maria Martini.

di Giacomo D’Alessandro