Sono d’accordo con l’opinione di padre Paolo dall’Oglio – attualmente al suo quarto giorno di sciopero della fame, in solidarietà con il popolo siriano – che ritiene il prolungarsi di questa crisi come il fattore disgregante del tessuto sociale. Più i morti aumentano, la crisi e l’odio si manifestano, più una strada lunga e irta di ostacoli si frappone tra il disastro di oggi e la riconciliazione del popolo siriano. Come ha detto Lakhdar Ibrahimi: “Quella siriana è una missione quasi impossibile”. É veramente impossibile provare a trovare un piano di pace tra le parti? Sembrerebbe di sì.

Di tutt’altro avviso sono, invece, gli uomini del Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico che hanno organizzato un incontro a Damasco, il 12 settembre, aperto a tutte le opposizioni, per provare a costruire un dialogo nazionale che porti alla soluzione della crisi. Quanto questo piano possa venire abbracciato dalle altre opposizioni, specialmente quelle interne, ad oggi non ci è dato sapere. E’ difficile mettere da parte 20.000 morti e intrecciare il dialogo. Per trovare una via d’uscita, così da salvare il paese dalla distruzione totale, è necessario che gli stessi siriani sfoderino tutta la loro volontà.

Nonostante proclami e conferenze, la comunità internazionale continua a essere ininfluente sul piano politico interno, eccezion fatta per gli aiuti militari. Sembra che ci sia un tacito accordo internazionale volto a lasciare che solo le armi parlino, così da abbandonare sia l’una che l’altra parte all’annientamento totale e far ripiombare il paese nel medioevo. Si discute ampiamente del famigerato “intervento straniero” in Siria, non condivisibile, certo. Ma molto meno viene dibattuto cosa comporta lasciare che questa situazione, che si protrae da 18 mesi, continui, senza soluzione se non quella della distruzione.