Passa il tempo ed aumentano i bypass (quelli che, da qualche anno, consentono al suo non più giovanissimo cuore di continuare a battere), ma William Jefferson Clinton rimane quello che sempre è stato: un ineguagliabile maestro di politica applicata, un incantatore di serpenti senza piffero, ma capace d’usare dati, statistiche, fatti e parole come fossero gli strumenti della più collaudata delle orchestre sinfoniche. E proprio così, come un’ammaliante, impeccabile sinfonia, il suo discorso è calato la notte scorsa tra i delegati della Convention democratica di Charlotte. O, ancor meglio, come un irresistibile crescendo (molto clintonianamente andato ben oltre i limiti di tempo previsti dal protocollo) al termine del quale delle argomentazioni repubblicane per la non-rielezione di Barack Obama – tutte riassumibili in una sola, fatidica domanda: “state meglio oggi, o stavate meglio quattro anni fa?” – non restavano, nella memoria e nella fede degli ascoltatori, che rovine fumanti.

Clinton e Obama sul palco della Convention Americana
Clinton e Obama sul palco della Convention Americana - Foto: LaPresse

Alla vigilia di questa semi-messianica apparizione, molti osservatori avevano giustamente fatto rilevare come il ruolo di primissimo piano affidato al 42esimo presidente degli Stati Uniti – protagonista assoluto della seconda giornata della Convention – fosse, per Barack Obama, l’implicita ma chiarissima ammissione d’una duplice sconfitta. In primo luogo perché chiamare in proprio soccorso Bill Clinton, significava (e significa) riconoscere il fallimento di quello che, quattro anni fa, era stato forse il punto centrale della vittoriosa campagna presidenziale del candidato del “yes we can”. Perché era stato così, nel corso delle estenuanti primarie democratiche che l’avevano vito contrapposto a Hillary Rodham Clinton, che Barack Obama aveva spiegato le ragioni per le quali gli elettori dovevano scegliere lui e non la super-favorita ex first lady. Hillary, aveva sostenuto il giovane senatore dell’Illinois, era la continuità, la riproposizione dello status quo che la duplice presidenza Clinton aveva – prima degli otto catastrofici anni di George W. Bush – per molti aspetti rappresentato. Lui, Barack Obama, era invece il nuovo, la speranza, il cambio di paradigma…

La seconda “sconfitta” era, per il presidente in carica, molto più personale, ma altrettanto evidente. Obama aveva rivelato, nel corso della campagna del 2008, uno straordinario carisma. Ma proprio quel carisma che, per molti aspetti, era stato la prima fonte del suo successo, ha poi finito per diventare, in negativo, il termine di paragone d’una conduzione politica spesso fredda, distante, troppo intellettualisticamente distorta per diventare senso comune. Tanto che proprio questo ieri – ascoltando le parole, i toni ed i gesti, con i quali Bill Clinton ha difeso la politica ed i “grandi successi” dell’attuale inquilino del1600 di Pennsylvania Avenue – veniva nel più spontaneo dei modi alla mente: perché Obama non è mai riuscito, in questi anni, a difendere se stesso con altrettanta efficacia?

Questione di carattere, si dirà. Differenza tra un carisma distante, che si spegne (o, almeno, s’attenua) una volta sceso dal podio, ed un carisma – quello di William Jefferson Clinton – che, al contrario si accende e si esalta soprattutto a contatto con la gente. Obama ha oggi bisogno di Bill Clinton, della sua empatia, della sua straordinaria capacità di sintonizzarsi con i desideri di chi lo ascolta – tanto straordinaria, in effetti, che a tratti sembra sia lui ad ascoltare i suoi ascoltatori – per spiegare al suo partito ed ai suoi elettori la sua politica…

Ma c’è anche un altro modo per guardare al senso dell’intervento di Bill Clinton a Charlotte. Ed è, in assoluto, il modo più illuminante rispetto ai destini della corsa per la Casa Bianca. Mercoledì notte i democratici hanno senza problemi, anzi, con giubilo, consegnato all’ex presidente Bill Clinton le chiavi della seconda giornata della loro Convention. Durante la Convention repubblicana di Tampa, invece, l’ex presidente George W. Bush è stato un fantasma, un’assenza, una dimenticanza. Un video di qualche secondo ben lontano dal prime time, un affettuoso pensierino affidato al fratello Jeb (“I love very much my brother”) e poi solo silenzio. A George W. Bush i repubblicani non hanno consegnato alcuna chiave. L’hanno piuttosto chiuso a chiave in qualche recondita stanza del palazzo come un tempo le famiglie aristocratiche usavano fare con i propri figli deformi.

Un’analisi storica puntuale non potrebbe, a questo punto, che rivelare l’ingannevole superficialità della comparazione. Poiché non v’è dubbio che, nella grande crisi che ancora affligge gli Stati Uniti ed il mondo, c‘è molto anche della politica di Bill Clinton e di Robert Rubin, il suo segretario al Tesoro. Però questo è un fatto: i democratici, martedì notte, hanno gioiosamente eretto un vero e proprio monumento al proprio passato rappresentato da Clinton. O meglio: hanno lasciato che lui erigesse, con impareggiabile perizia, un monumento a se stesso. Per i repubblicani George W. Bush è, invece, non tanto un figlio deforme, quanto – ed è proprio questo che lo rende impresentabile – il riflesso della loro vera immagine. Come il famoso ritratto di Dorian Gray che, nel racconto di Oscar Wilde, invecchiava al posto del protagonista. Esporlo al pubblico, quel ritratto, avrebbe significato rivelare la vera origine dei mali che ci affliggono, la natura decrepita, fallimentare e fraudolenta delle loro proposte.

La differenza tra le due Convention, in fondo, è tutta qui. Sarà questa differenza a decidere il voto di novembre?