Capita spesso di incrociare, per strada, una coppia classica, uomo e donna. Capita di vederli far la spesa insieme, passeggiare nel corso, chiacchierare seduti su una panchina. Il primo pensiero che viene in mente è che siano, appunto, una coppia.  Sposati o fidanzati, magari amanti. E’ un pensiero comune, logico, non sempre corrispondente alla realtà ma generalmente quello è il primo e, spesso, pure il secondo pensiero. Immaginate adesso che l’uomo di questa coppia sia un disabile (o diversamente abile, come va di moda dire adesso). Credete che il primo pensiero sia lo stesso, cioè che si tratti di una coppia? Dovrebbe essere così, ma non lo è. Fatte le dovute eccezioni, il primo pensiero è che la donna sia la sua  assistente familiare.  Non lo dico come supposizione personale ma come esperienza provata più volte sulla mia pelle e confermata da molte altre coppie nella stessa situazione.  

Ok, molti disabili possono avere una badante/assistente. Vero. Molti disabili, purtroppo, hanno difficoltà nel trovare una compagna o un compagno. Vero anche questo. Però per forza di cose deve essere proprio questo il primo pensiero? Si può dire che esista un’idea stereotipata sulla disabilità? Il primo pensiero, in genere, nasce dal “timbro” della cultura in cui vivi. Che tu lo voglia o no, spesso è così. Il secondo pensiero può essere più soggettivo, ragionato. Ma la retorica di una cultura stereotipata è sempre in agguato. In questi casi non basta neanche spiegare che la tua compagnia quotidiana è anche il tuo amore.
Ci scappa spesso un «complimenti, te la sei scelta bella ,vedo..», come se un disabile, avendo grosse difficoltà nel trovare una donna che lo ami, debba per forza accontentarsi della prima che gli dice sì, senza voler e poter scegliere e, magari, ringraziando la buona sorte. Oppure che la vita sessuale di coppia di un disabile sia solo platonica, frutto d’immaginazione, forse perché molti sono convinti che in quella condizione non possa vivere pienamente la propria sessualità. Ne consegue, a volte, pure una sorta di compassione mista ad ammirazione nei confronti dell’esemplare femminile che, nonostante tutto, ti ama lo stesso. Di queste e altri tipi di “compassioni” ci parla anche Sofia nel suo articolo, citandole con i «Ti Stimo».

Il paradosso è che ti vedono come un “eroe” per ogni cosa che fai, pure le più semplici e comuni ma poi, in realtà, non ti considerano per cose altrettante banali. Esempio: alle casse dei negozi, in banca, negli uffici, si rivolgono sempre a chi ti sta vicino e quasi mai a te disabile. Ok, mettiamo che non conoscendo la mia patologia, non sappiano se relazionarsi, parlarmi normalmente o se ho delle minorazioni a livello intellettivo (lo stereotipo disabile = deficit mentale).  Ma nel momento in cui mi rivolgo a te, senti il mio tono e capisci che posso comunicare con te, perché devi continuare a rivolgerti al tuo accompagnatore? Finisce l’alibi e inizia la colpa: il medico che parla con tua madre o con tua moglie invece che con te. Il fisiatra che dopo aver messo una firma su di un documento ti dice «bravo…», come se avessi fatto una capriola all’indietro.

Molti disabili, compreso me, non si fanno turbare più di tanto da simili atteggiamenti ma molti altri sì. Il punto però è che ogni piccolo gesto può portare con sé una grave falla nella cultura generale.  

Il disabile, spesso, non può neanche mostrare le sue debolezze, non sono facilmente comprensibili e la compassione che potrebbe scaturire è spesso quella più umiliante.

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