Sostiene Francesco Merlo – considerato fra i più brillanti giornalisti italiani, tanto da essere stato a suo tempo rapito al Corriere da Repubblica, e da essere pubblicato sistematicamente in prima pagina dal giornale diretto da Ezio Mauro – che Beppe Grillo, “guitto andato a male… sembra aver perso la misura della sua dismisura lessicale… gronda ridicolezza e strampalaggine… in un crescendo di overdose di esagerazioni”.

Non vogliamo entrare, in questa sede, nel merito di tali severissime critiche, anche perché il comico è tipo che, se vuole, sa difendersi bene, anche troppo.

Vogliamo solo segnalare un altro caso, veramente clamoroso, di perdita di “misura di dismisura lessicale” e di “crescendo di overdose di esagerazioni”. Esagerazioni però non critiche, com’è nel registro dilagante di Grillo, ma, esattamente al contrario, adulatorie. Ma fa poca differenza, il contenuto, rispetto alla tecnica usata: la dismisura, l’esagerazione (forse anche la ridicolezza e la strampalaggine, ma questo sta al lettore giudicare). Il caso è datato 8 marzo 2003. Lo segnaliamo perché veramente impressionante, dal punto di vista delle espressioni e delle categorie brandite martedì da Merlo su Repubblica, e perché assai autorevole: sia dal punto di vista dell’oggetto degli strali (in questo caso, per usare un eufemismo, adulatorii) e cioè Paolo Mieli, sia da quello della base di lancio (nientemeno che il Corriere della Sera), sia da quello del lanciatore: Francesco Merlo.

Il titolo di quel – come chiamarlo? – pezzo dalla smisurata adulazione (non interessano qui sinonimi: lusingaruffianerialeccatapiaggeriaruffianatasviolinatastrusciatasviolinaturaservilismoslinguata…) era: “La sabbia, l’argilla e l’architetto“. Argomento: la prospettazione di ciò che avrebbe fatto in viale Mazzini Paolo Mieli, ex-direttore del Corriere della Sera e direttore editoriale in carica del Gruppo Rizzoli Corriere della Sera, indicato dai partiti come nuovo presidente della Rai. Indicazione peraltro poi rientrata…

Si tratta di un documento – immeritatamente entrato nel dimenticatoio della memoria nazionale – che descrive e denuncia con rarissima efficacia questa nostra infelice epoca dominata appunto da guittaggini, dismisura lessicale ed esagerazioni.

Vale proprio la pena leggerlo per intero.

“Dopo aver riportato Enzo Biagi e Michele Santoro in prima serata, come atto dovuto al Giornalismo, il presidente si insinuerà con dolcezza in ogni stanza dell’immensa Rai e insegnerà a tutti come si tengono le posate, ma sempre fingendo di impararlo da tutti. Poi, senza usare la ramazza, darà una forma nobile a quella sostanza incandescente che è la comunicazione televisiva, tra tutte le risorse la più esplosiva, certamente la più duttile. E mai il presidente griderà, e mai invaderà il campo. Sarà come la sabbia che si infila dovunque; e come l’argilla assumerà tutte le forme amate nell’azienda e dall’azienda. In breve tempo diventerà una risorsa proteiforme, ma a poco a poco, insinuandosi, informerà di sé e dunque riformerà e trasformerà, «goccia cinese», come il titolo del suo libro. Così, alla fine, teneramente snaturerà la Rai: giornalismo contro sindacalismo, i fatti contro l’ ideologia, i commenti eleganti contro i mugugni rancorosi, la discussione aperta e franca e dura contro la camomilla o l’ aggressione. Sarà davvero possibile? Ogni tanto succede che gli uomini migliori finiscono nei posti peggiori, forse perché sono i soli che possono arredare le caverne senza diventare topi. Solo i grandi architetti riescono a trasformare in eleganti e signorili loft i casermoni industriali dismessi. Presto vedremo dunque chi vincerà tra la Rai e Paolo Mieli, scontro epico e sicuramente divertente tra il peggio e il meglio, tra la mollezza e l’ elasticità, tra chi assorbe per snaturare ogni scossone e chi, al contrario, apprende per scuotere più forte. Certo, tutti rischiano qualcosa. La sinistra che lo ha scelto, innanzitutto, perché ha fatto finalmente una cosa di sinistra, pur sapendo, o forse fino in fondo non sapendo, che il neo presidente è un uomo che deborda, che non c’ è appartenenza che possa contenerlo, che non è un mollusco democristiano, ma è, lasciatemelo dire in prima persona, un vero «bestione», uno di quegli animali rari che sono un valore perché sono un ingombro incontenibile e non sai mai dove metterli e dove metterti, e dunque devi per forza farti da parte e cambiare le tue abitudini. E’ ovvio dunque che rischia moltissimo anche la Rai, che non acquista un fiore all’ occhiello né il solito professore, ma un capitano di macchina, di quelli ai quali è difficile dire di no, perché si sporcano le mani con la ciurma. Il famoso mielismo, se mai è esistito, è innanzitutto la capacità di venirti a stanare sotto coperta, in mezzo all’ unto, e di trattarti come un amante più o meno sincero, pur di farti lavorare sempre e comunque, e di coltivare l’ intelligenza anche nei luoghi più oscuri, e senza fermarsi neppure un momento. Un bestione appunto, ma di quelli delicati e tenerissimi. Da direttore del Corriere, per esempio, pur di mandarci nella stiva a controllare le valvole ventiquattro ore al giorno, sempre a manomettere termometri e anemometri, Mieli era capace di svegliare tua moglie in piena notte per dirle quanto erano stati fortunati, lui e lei, ad averti incontrato. Un giorno, in riunione, gli dissero di rinunciare a un articolo perché il cronista si era ammalato. E lui: «E quanto ha? Trentasette e uno? Trentasette e tre?». Vittima della seduzione collettiva, quel cronista scrisse l’articolo per non ammalarsi davvero. E’ anche così che è nata la leggenda del direttore «figlio di…». E certo Paolo Mieli un poco deve esserlo, se tutti credono di averlo dalla loro parte, ma più lo sentono vicino e meno lo conoscono, e nessuno mai riesce a controllarlo, e meno che mai la politica, con la quale ha tuttavia una storia lunghissima sebbene, stranamente, placida. E forse perché Mieli è la versione moderna del più vecchio e più grande giornalismo italiano, quello meravigliosamente fazioso dei Montanelli per intenderci, ma anche dei Biagi, e degli Scalfari, dove l’orgoglio del mestiere è a volte asprezza, durezza, e appunto faziosità. Mieli è tutti loro, ma arrotondato dalla maturità dei tempi, più futuro che passato, meno solitudine e più squadra, meno genialità e più intelligenza, meno intuizione e più ponderazione. Rischia moltissimo ovviamente il centrodestra che per la prima volta sembra uscire dalla logica del partito azienda, consegna la propria anomalia in mani che non saranno mai complici, subalterne e neppure fedeli. L’idea di Mieli è quella della cavalleria leggera, giornalisti e artisti autonomi e responsabili dentro un patto di lealtà, un’ orchestra di maestri guidati da un maestro. L’idea di Berlusconi è invece quella del padre padrone. Per Berlusconi questa è dunque l’occasione straordinaria ma forse masochista di diventare per davvero liberale: la libertà è pericolosa. Anche gli altri consiglieri di amministrazione, quelli scelti dal centrodestra, da Francesco Alberoni a Giorgio Rumi a Marcello Veneziani, non sono certo i camerieri ai quali è abituato. Ma se Berlusconi lascia fare, la Rai può uscire dalla propaganda ed entrare nell’ informazione, può liberarsi del cattivo gusto di questi lunghi anni e fare pace con l’ Italia. Chi rischia di più è però Paolo Mieli. Alla Rai potrebbe perdere la sua leggendaria allegria, l’assalto della politica questa volta potrebbe immalinconirlo, inasprirlo e inacidirlo. Anche le mosche possono abbattere un bestione”.