I lavoratori dell’Alcoa sono out.

I lavoratori della Carbosulcis sono in.

Due economie a confronto, due soluzioni diverse: una prettamente politica e una dettata dalle regole del mercato.

Da una parte abbiamo la Regione Sardegna (cioè lo Stato con le sue regole), dall’altra un privato che, se non ricava o almeno prevede un guadagno nella sua attività, la chiude, altrimenti deve dichiarare fallimento.

Credo che sia una situazione che per analogie di prodotto e per vicinanza territoriale sia unica al mondo e, pertanto, meriterebbe uno studio approfondito specialmente per ciò che dovrà, in un modo o nell’altro, seguire.

Ora i politici sardi hanno deciso che non possono avere sulla coscienza vite umane e hanno deciso di prolungare l’agonia. Agonia dal momento che, pur esistendo progetti di ristrutturazione, non c’è alcun segno concreto di volerli attuare. Così, dato che estrarre carbone non rende, si deve parlare di agonia.

Oggi si apre una seconda fase: quella burocratica. Il politico non è come il privato che, quando decide di attuare un progetto, apre il portafoglio e comincia a pagare perché questo è quasi sempre il primo atto di qualunque impresa. Il politico maneggia quattrini non suoi e deve basarsi su iter e regole amministrative per poter eventualmente pagare e mai come ora l’avverbio “eventualmente” ha ragione di essere.

Ciò significa che adesso la parola passa alla burocrazia.

In soldoni, sono i burocrati che dovranno pagare gli stipendi ai minatori, ma con in mano un ponderoso pacco di delibere, di permessi, di certificati, tutti validati da una collezione di timbri e firme. Lo sappiamo tutti per sperimentarlo più o meno ogni giorno sulla nostra pelle: la nostra burocrazia non è tra le prime al mondo per efficienza; anzi, io la definirei alla stregua di quella dei paesi dell’Est di antica memoria. Senza ipocrisie, è impossibile non constatare come in molti uffici ci siano persone che non hanno competenza sufficiente per fare il loro mestiere. Se la pratica che devono approvare o anche solo passare ad altra scrivania è scritta con le parole che loro capiscono, se è scritta come “sanno” loro, se è come si è “sempre” fatto, forse la passano all’ufficio successivo, se non lo è, si ferma, ristagna, invecchia, imputridisce, svanisce nel nulla. I tempi geologici cui siamo tutti abituati favoriscono le scomparse. Quando capita qualcosa di insolito, di nuovo, è c’è chi li sollecita, sono in panne e rigettano la cosa in toto. A loro non viene neanche in mente di mettersi a pensare a come risolverla. E’ un problema del richiedente!

Faccio un esempio, piccolo ma illuminante, che è capitato a me personalmente.

Mio figlio deve chiedere il visto per continuare a lavorare in Australia. Laggiù lo stato ha regole severe e chiede documenti. Non tanti: qualcuno. Uno di questi richiede che i genitori rispondano ad alcune domande e la loro firma sia autenticata.

All’ufficio anagrafe l’impiegata è smarrita e passa la palla al superiore. Dal superiore al superiore del superiore fino ad una signora che è a capo di tutto. Questa scuote la testa: non si può fare. Perché? Perché il documento è scritto in inglese. Naturalmente nessuno dei burocrati, dall’impiegata di sportello su fino al vertice dell’apparato conosceva l’inglese. Ma la richiesta è quella di autenticare le firme, mica il testo. No, non si può fare. Perché? Sguardi nel vuoto. Le dispiace mostrarmi il regolamento che impedisce l’autentica? Ancora il vuoto. Una cosa del genere quell’ufficio non l’aveva mai fatta e, dunque, non si fa e basta. Cittadino o suddito? La soluzione suggerita fu quella di rivolgersi a un traduttore ufficiale (e pagare), passare in tribunale per autenticare la traduzione (e pagare) e ritornare all’ufficio dove, vista tutta la ceralacca del caso, l’autentica sarà graziosamente concessa. Insomma, non ci fu nulla da fare.

Telefonata a Sydney. La soluzione, una soluzione semplice, la diede il governo australiano nel giro di una decina di minuti: fatti autenticare la firma da chi ti conosce “fisicamente”. Il tuo medico personale, il tuo sarto (se te ne puoi permettere uno), il tuo massaggiatore (idem) vanno benissimo. E così è stato fatto: il dentista ha autenticato la firma e tutto è filato liscio e senza il minimo intoppo. Inviato il documento via Internet, il giorno dopo mio figlio aveva il visto.

Ora, tornando alla Sardegna, la Regione deve deliberare che una quota di denaro pubblico passi a scadenze fisse dalla Regione alla Carbosulcis. Abbiamo tutti i burocrati pronti a” passare le carte”? È un’operazione tecnicamente fattibile sotto tutti gli aspetti?

Si dà il caso che le pratiche amministrative richiedano anche tempi che noi chiamiamo tecnici che non sempre sono compatibili con cose terra terra come, ad esempio, la vita di un lavoratore. Mettiamo il caso tutt’altro che impossibile che la delibera di supporto finanziario con tutto il suo iter arrivi tra, facciamo, un anno. Come camperanno i minatori fino ad allora? E i fornitori della Carbonsulcis? Riusciranno ad aspettare i tempi “tecnici” dell’operazione o falliranno prima?

Se da una parte sono contenta delle decisioni prese, dall’altra pavento l’inizio di altri problemi e questa volta non sotto i riflettori dell’opinione pubblica.