Malick, Malick, Malick… Mettetevi nella testa, e nel cuore, di un cinefilo, di uno studente di cinema, di un critico a Venezia. Malick – incomprensibilmente, per chi scrive – aveva vinto a fuor di popolo e critica la Palma d’Oro a Cannes 2011 con The Tree of Life, e poi è Malick: regista culto, che salta dalla sottile linea rossa ai giorni del cielo, dal nuovo mondo alla rabbia giovane senza perdere di vista il Cinema. Al Lido arrivava con un titolo che non lascia scampo: To the Wonder, verso la meraviglia. Il cinefilo, lo studente, il critico sbava, pregusta la meraviglia, entra in sala, le luci si spengono e… di quell’albero della vita trova un arbusto più di là che di qua, un bignamino, una versione for dummies del già sopravvalutatissimo Tree. Delusione, amara delusione, e l’inciviltà si fa sentire: fischi, boati, buu. Qualcosa dentro il cinefilo, dentro lo studente, dentro il critico però si spezza davvero, e fa male: non era, non doveva essere il sommo, invisibile Malick?

No, non lo è, non lo è più: non sa più fare cinema, tenere insieme audio e visivo, si attacca a una bellissima Bond girl Olga Kurylenko e la fa volteggiare senza fine, mentre la voce over sgrana un rosario di svenevolezze Harmony spacciate per filosofia e la macchina da presa punta al cielo ma trova lo stralunato prete Javier Bardem. Insomma, delusione totale, e non è l’unica in Mostra, dove anche per altri maestri vale la battuta messa in bocca da Malick alla meravigliosa Romina Mondello: “Sono l’esperimento di me stessa!”.

Rientra agevolmente nella sperimentale categoria il giapponese Takeshi Kitano, con Outrage Beyond, sequel di un’altra “offesa” portata nel 2010 sulla Croisette. Kitano è (stato) un genio, capace di furore (Hanabi), estasi (Dolls) e indimenticabili Sonatine. Poi, il tracollo, i quadri che prendono il sopravvento sui film, la crisi, e la difficile via d’uscita: lo studente lo ama ancora, il cinefilo e il critico gli sono riconoscenti, e quando nei titoli di testa compare il logo Office Kitano fioccano applausi. Eppure, Kitano sa che più d’uno lo dà per artisticamente morto, e il suo personaggio nel film così è: lo credevano morto, ma è in prigione, pronto a uscire e consumare la vendetta sugli ex-amici yakuza. Scorre il sangue, i mignoli si amputano a morsi, lo schermo si gonfia di botte, ma null’altro. Kitano ormai le dà sullo schermo e le prende sulla carta: Kitano non è più lui, e ai cattivi yakuza dice quel che direbbe alla stampa, “Non ti manco di rispetto, stronzo”. Ma al suo cinema manca molto altro, la sua è una stanca, rabbiosa coazione a ripetersi: il cinefilo, lo studente e il critico rispettano il campione ferito, ma temono si tratti di accanimento terapeutico, ancor prima che passi la Bella addormentata di Bellocchio.

 Abusata espressione, ma qualche autore trova davvero la morte a Venezia, e il cinefilo, lo studente e il critico si mettono a lutto. Non è gioia rivoluzione, insomma, gli Area non cantano al Lido dai tempi di Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, l’aria che tira è un’altra. Nonostante tutto, qualcuno ci prova ancora: Olivier Assayas, Après Mai, il dopomaggio francese ripercorso sul filo dell’autobiografia. Assayas è un altro duro e puro, tenero e idolatrato, con qualche buona ragione: il televisivo Carlos, sul terrorista sciacallo, è stato il miglior film di Cannes 2010, il resto non è da meno. Problema, quante volte abbiamo visto e rivisto il ’68 e i suoi fratelli? Appunto, e il regista gallico nulla aggiunge: calma piatta, stile in ritirata, e la pena del contrappasso: cinema che sembra tv. È il modernariato a far nostalgia. Gli applausi arrivano, eccome, ma c’è un altro contrappasso: se a deludere è il cinefilo, lo studente o il critico? Chi sperava in una denuncia netta, didascalica di Scientology ha trovato che The Master di Paul Thomas Anderson non decollasse, non quagliasse, fosse freddo, irrisolto, disimpegnato.

Delude il film o la critica? La seconda, nel caso, ma la delusione rimane. Per fortuna, non tutta l’Italia vien per nuocere: La nave dolce di Daniele Vicari riprende a bordo gli albanesi della Vlora e le colpe della politica; Acciaio di Stefano Mordini imbarca l’operaio coraggioso Michele Riondino, che lavora a Piombino ma ha testa e cuore per l’Ilva della sua Taranto; Daniele Ciprì con E’ stato il figlio mette il dito nella miseria della ricchezza italiana. Qui non deludono i film, ma il Paese che raccontano. Il nostro.

Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2012