Il carnevale diventa cultura, libertà, emancipazione. Questo risulta dalla lettura del freschissimo e onesto Trinidad & Tobago. Carnevale, fango e colori di Giuseppe Sofo (Miraggi Edizioni, 2011), libro che più che essere una guida di viaggio è un atto d’amore narrativo per le due isole caraibiche. L’autore, giornalista, romanziere e traduttore, a Trinidad ha svolto ricerca per la sua tesi sulla teatralità del carnevale, vista come arma di risveglio e resistenza culturale. Il carnevale risulta essere non solo divertimento, ma anche e soprattutto cultura, anzi, culture, perché la storia ha fatto sì che oggi Trinidad e Tobago siano uno degli esempi più riusciti di integrazione e interculturalità, qui, infatti, si incontrano e si abbracciano l’India, l’Africa, l’Europa e il Sud America.

Mi sono dedicato a questa piacevole lettura tropicale per cercare qualche sinergia con il carnevale svoltosi in questi giorni a Notting Hill. La manifestazione ha avuto origine all’interno della comunità di Trinidad. Gli immigrati delle Indie Occidentali sognavano una grossa festa per tutti coloro che ogni giorno dovevano affrontare il razzismo, la mancanza di lavoro e le terribili condizioni di vita. Le bande musicali scesero in strada per la prima volta nel 1965. Fu un gran successo. Quando ci abitavo io, dodici anni fa (in All Saints Road, proprio sopra la sede della Mangrove Steelband) centinaia di chioschi di pollo grigliato e bibite invadevano le vie principali, ogni strada aveva il suo sound system che diffondeva musica ad altissimo volume. Nubi costanti di marijuana, migliaia di agenti di Scotland Yard, steelbands di percussionisti caraibici che si facevano largo seguite da codazzi di ballerini. E poi i gruppi musicali provenienti da Bangladesh, Bulgaria, Filippine, che rendevano la festa assolutamente globale e a tratti, molto distante dalla sua realtà di evento tipicamente “creolized”.

In quegli anni, la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, la parte nord di Notting Hill stava diventando il classico esempio di come Londra sarebbe cambiata in fretta. Fino a qualche anno prima pericolosa e inaccessibile, soprattutto nelle aree intorno a Lancaster Road e Westbourne Park, poi i film, gli studi musicali, i locali di tendenza, le telecamere che spiavano e i bobbies che la pattugliavano.

Quando era ancora zona pericolosa e “nera”, agli albori del Carnevale globale, qui ci vivevano quelli che hanno contribuito a dare dignità e prestigio alla comunità delle Indie Occidentali. Fra loro Sam Selvon, una delle figure più rappresentative della letteratura caraibica in lingua inglese e, assieme a Vidiadhar Surajprasad Naipaul, George Lamming, Derek Walcott, Edward Kamau Brathwaite, Jean Rhys (solo per citarne alcuni), che ha contribuito a creare una tradizione letteraria caraibica e a darle una propria collocazione nel panorama letterario mondiale.

La letteratura caraibica in lingua inglese raggiunge un certo spessore qualitativo e quantitativo soltanto negli anni ’30 del Ventesimo secolo e ha il suo mezzo principale di diffusione nelle riviste nate per sopperire alla mancanza di editori. Periodici come Bim, edita a Barbados o The Beacon, edita a Trinidad, rappresentano i modelli a cui si ispirano i romanzieri e i poeti che si affermano nel secondo dopoguerra. Al contrario degli scritti stampati su questi giornali, che si limitano ad illustrare le caratteristiche della società coloniale, gli scrittori che si affermano dopo il 1950 portano l’attenzione su nuovi concetti chiave, quali l’identità personale, le implicazioni del nazionalismo, la liberazione dal dominio coloniale, l’analisi sociale, in rapporto alla questione razziale e alla povertà, lo sradicamento, il processo di creolizzazione, l’emigrazione, la ricerca dell’identità, il recupero delle radici africane.

Sam Selvon si considera un “Creolized West Indian”, un caraibico creolizzato, figlio di una cultura ibrida, generata da un amalgama originalissimo di elementi dalla provenienza disparata. Nato e cresciuto a Trinidad, dove tutt’oggi si incrociano e convivono africani, indiani, cinesi, libanesi, siriani ed europei, Selvon si fa le ossa come giornalista di cronaca locale.

Il 1950 rappresenta la svolta decisiva della sua vita e nella sua produzione artistica: l’arrivo in Inghilterra a 27 anni su una nave che, fra i tanti, trasporta anche George Lamming, all’epoca un giovane aspirante scrittore come lui, provoca nel suo animo una profonda crisi che lo porta ad interrogarsi sulla sua identità. Londra non risponde affatto alle aspettative del giovane Selvon. E’ una città dura, spietata, piena di pregiudizi e ingrata nei confronti dei “figli delle colonie”. Nel 1953 scrive The Lonely Londoners, suo terzo romanzo e uno dei primi libri caraibici scritti interamente in creolo o in dialetto caraibico o, per usare un’espressione di Edward Kamau, in “nation language”.

Il romanzo si sofferma sui sogni e le speranze degli emigranti per poi mostrarne la grande disillusione e il profondo malessere psichico nel duro scontro con la realtà londinese. Il tema dell’esilio diventa centrale. Figura cardine è Moses, il narratore, il “calypsonian”, intorno a cui ruotano le altre voci del coro: voci stonate e piene di dignità di miseri cittadini delle colonie che provano a guadagnarsi l’accettazione e il rispetto, ma sono guardati con sospetto e con diffidenza dagli inglesi.

Selvon utilizza la comicità per raccontare le vicende di questo gruppo di emigranti. Non è mai amaro, nemmeno nei momenti in cui la satira sociale si fa più mordace. L’elemento comico diventa una difesa contro le ingiustizie, le sopraffazioni e le crudeltà a cui i protagonisti del libro sono continuamente sottoposti.

Rispetto a Naipul, che descrive i caraibici come vittime svantaggiate e poco propositive, Selvon scrive con un orgoglio genuino della sua gente, di questi “londinesi solitari” che, malgrado gli svantaggi sociali e i sogni svaniti, riescono a sentirsi liberi e spensierati, tanto da andare a caccia di piccioni ad Hyde Park, per poi farsi un banchetto luculliano in una soffitta sgangherata dalle parti di Westbourne Grove, in anni in cui il Carnevale era ancora un’idea, una speranza, una rivalsa. Oggi, i piccioni possono stare tranquilli: i bobbies pattugliano le strade.