E’ il sindaco della Marghera, l’alfiere della legalizzazione della marijuana, il portavoce dei musicisti trascurati dai mass media per mancanza di sex appeal, come si legge sul suo sito. Gaetano Scardicchio, meglio conosciuto come sir Oliver Skardy, ex frontman dei Pitura Freska, la band reggae veneziana che conobbe il successo nel corso degli anni Novanta, dal tormentone Pin Floi al Papa Nero di Sanremo edizione 1997, arriva a Bologna in concerto il prossimo 7 settembre al tendone Estragon della festa del Pd. Musicista e bidello, tutto genuina schiettezza e saggezza popolare, a 53 anni non ha perso né un centimetro dei suoi lunghissimi rasta né la rabbia di borgata contro il sistema, eterno bersaglio dei suoi brani, puro distillato reggae in salsa veneziana. Non lo ha fermato neppure l’infarto che un anno fa lo ha colpito, costringendolo ad un lungo stop.

Com’è stato tornare a lavorare dopo la malattia?

“Mamma mia, quello è stato un brutto colpo. A 52 anni uno si illude di essersi costruito una vita, o meglio un sistema per sopravvivere, di stare tranquillo, e poi all’improvviso incappi in una malattia cardiaca che rimette tutto in discussione. I medici mi avevano detto che non avrei potuto continuare a fare due lavori. Il problema è che io devo farli, in qualche modo devo andare avanti. E adesso sono qui, di nuovo sul palco, anche se rispetto agli scorsi anni le date sono diminuite. Con la scusa della crisi gli organizzatori si tirano indietro, c’è un calo rispetto ad anni fa, non si ha più il coraggio di investire nella musica”.

La rabbia però ti è rimasta addosso: continui a prendertela coi potenti, con la politica. L’ultimo singolo, Mamba Nero, ha precisi riferimenti alla realtà contemporanea: gli scandali, i vizi, il terremoto dell’Aquila, Bertolaso…

“Diciamo che non ho mai avuto la tentazione o la voglia di scrivere canzoni d’amore. La politica è da sempre il mio bersaglio preferito, un sistema sociale che vedo degenerato, questi ultimi vent’anni di politica italiana insulsa che ci hanno precipitato all’indietro. Ma è una situazione che non riguarda solo il nostro paese: ovunque vedo la grande illusione del potere e del denaro facile schiacciare ogni altro valore. Credo che la musica debba occuparsi della vita civile, perchè è uno dei pochi canali di discussione dal basso, un veicolo di denuncia unico. Ecco perchè i miei testi parlano di politica. Qualche anno fa coi Fahreneit 451 (il gruppo che lo accompagna nelle sue date ) abbiamo fatto al cover di Destra e sinistra di Gaber: una canzone attualissima nel messaggio, che dipinge bene la confusione dei nostri giorni”.

Fai il bidello da trent’anni: cosa vedi nelle scuole, nei ragazzi? Segnali positivi o piuttosto un panorama desolante?

“I ragazzini sono il lato più bello della scuola, portano freschezza, sono spigliati, spiritosi ma non vengono compresi, e credo che questo accada da sempre. I ragazzi vengono maltrattati in questo paese: non a caso siamo uno dei paesi meno prolifici al mondo, una nazione da cui i ragazzi sono costretti a fuggire per cercare di costruirsi opportunità dignitose di vita che qui non ci sono. Abbiamo un paese in mano a quattro vecchi rincoglioniti che stanno seduti in parlamento da cinquant’anni percependo stipendi e pensioni da nababbi e si tengono il potere ben stretto in mano. Chiaramente i giovani pagano per gli insegnamenti distorti offerti dai mass media: il successo facile dei calciatori e delle veline è la strada che gli abbiamo offerto, è la nostra eredità: non c’è da incolpare loro, non del tutto”.

Hai un ricordo particolare legato a Bologna?

“A Bologna ci ho visto un sacco di concerti:Lou Reed, Patti Smith, ma soprattutto ci vidi Peter Tosh nel 1979 ed è stato uno dei due concerti, assieme a quello di Bob Marley a Milano l’anno successivo, che mi hanno cambiato la vita e mi hanno fatto innamorare della musica reggae. Da lì posso dire che è iniziato tutto”.

Ti manca qualcosa dei Pitura Freska, di quegli anni?

“Devo dire di no, l’esperienza col gruppo si era conclusa. Più che altro mi manca l’atmosfera del primo disco e tutto quello che c’era attorno a noi. Ecco, mi mancano gli italiani dei primi anni Novanta. Che erano più ribelli, sapevano dire no alle ingiustizie con forza, sapevano gridare, mentre oggi mi sembra che accettino tutto il marcio che li circonda come se fosse la normalità”.