Ci siamo: è la settimana di Miss Italia. A Montecatini Terme sfileranno 101 ragazze per conquistare fascia, scettro e corona. Diciamolo subito: il concorso di Miss Italia andrebbe chiuso, cancellato, eliminato.

Il perché è presto detto: trattasi di una di quelle fiere campagnole durante le quali si sfidano animali da cortile ben pasciuti, allevati all’uopo, ai quali si misura il garrese e alla fine si consegna la coccarda all’orgoglioso fattore che ha fatto il miglior lavoro.

Nel caso di Miss Italia, spesso il fattore è la madre della reginetta, coinvolta fino all’eccesso nella disfida tra signorine, ansiosa all’angolo del ring sul quale la figlia, con un finto sorriso stampato in faccia, combatte a colpi di frangettate, ammiccamenti e frasi di circostanza. È la madre, il più delle volte, a tenere di più alla corona. E banalmente, ma forse a ragione, si addebita a tali genitrici la frustrazione per un fallimento personale, sfogato sulla figliola con un impeto furibondo.

Secondo i difensori della fiera bovina, il concorso di Miss Italia rappresenterebbe la quintessenza delle donne italiane, il simbolo della bellezza tricolore. Peccato si sia trasformato, invece, in uno spettacolo maschilista e stereotipato, confezionato a uso e consumo di uomini pruriginosi e donne da parrucchiere, trasmesso, con soldi pubblici, dalla nostra televisione di Stato.

La Rai ha sempre investito molto in Miss Italia, forse perché dalle parti di viale Mazzini da tempo domina lo stesso substrato culturale, fatto di ragazze procaci, belle statuine dalla coscia lunga messe lì da dirigenti panciuti e sudaticci. Non è moralismo, per carità, ma sincero fastidio per una kermesse ipocrita. Sì, perché Miss Italia non ha nemmeno il coraggio di mostrarsi per com’è realmente. Mentre altre fiere della coscia tipo Striscia, Grande Fratello o Veline hanno almeno il pregio dell’onestà, il concorso organizzato da Patrizia Mirigliani (una donna, ahinoi), si ammanta di buonismo politicaly correct, valori da parrocchia, frasi di circostanza degne delle Dame di San Vincenzo, per poi mostrare in scena tutto il proprio conformismo maschilista, figlio dei tempi e padre delle generazioni deviate dal modello convenzionale di donna-oggetto che va tanto di moda in tv.

Per non parlare, poi, della pessima resa televisiva del concorso, visto che trattasi di una liturgia stantia con ritmi soporiferi e testi inadeguati (uno degli autori è Federico Moccia, tanto per capirci).

Allora chiudiamola davvero, questa fiera agricola fuori tempo massimo, visto che la donna, dal 1939, di passi avanti ne ha fatti tanti. E non solo su una passerella, grazie al cielo.