In un recentissimo saggio-intervista, Parlerò solo di calcio (Il Mulino, Bologna 2012), Tito Boeri, economista di rilievo, dopo un’analisi impietosa del sistema-calcio nostrano, formula una proposta conclusiva – “Un governo tecnico per il calcio” – che dovrebbe portare a soluzione i gravissimi problemi di cui è affetto il torneo più bello del mondo. Una proposta replicata nell’intervista rilasciata all’Espresso (numero 34, 23 agosto 2012) ‘E ora la Football Review’, concepita quale commento al servizio di Gianfrancesco Turano, Mal di calcio, apparso sempre nello stesso numero dell’Espresso. L’analisi dei mali del calcio, molto rigorosa, prelude ad una riforma di stampo tecnocratico che lascia perplessi. Per dirla in breve: si tratta della stessa forma mentis ‘economicistica’, totalmente autoreferenziale, che presume di risolvere qualsiasi problema con strumenti esclusivamente economici, senza una visione autenticamente globale e senza l’auspicata rifondazione etica, che non può in alcun modo rinunciare al contributo decisivo della filosofia. Limiti che scandiscono il pensiero economico contemporaneo, ma non quello dei grandi classici dell’economia moderna, da Adam Smith a Karl Marx. Ma non mancano anche oggi interessanti eccezioni.

Ho letto infatti molto di recente un paio di libri di giovani economisti che vanno in tutt’altra direzione. Penso, in particolare, a Massimo Amato e Luca Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un’altra finanza (Donzelli, Roma 2012) e a Leonardo Becchetti, Il mercato siamo noi (Bruno Mondadori, Milano-Torino 2012). In entrambi i casi, si prende una posizione molto netta rispetto all’attuale deriva dei mercati finanziari, per esempio in Amato e Fantacci: “Dire no ai mercati finanziari non significa affatto rinunciare al mercato. Significa semplicemente rinunciare a fare mercato di ciò che merce non è, ossia della moneta e del credito”.  Prospettiva che s’ispira implicitamente ai grandi classici del pensiero filosofico, da Aristotele a L’Immanuel Kant de La metafisica dei costumi, che avevano perfettamente capito che la moneta coincideva con il bene comune e che, pertanto, la sua funzione non poteva essere capovolta in merce. Deriva che correttamente Leonardo Becchetti definisce “la finanza Frankenstein”, in quanto si è rivoltata proprio contro i suoi stessi promotori.

Una degenerazione che colpisce ogni aspetto e fenomeno della vita sociale e, dunque, anche il calcio e che va sotto il nome di ‘riduzionismo antropologico’, ossia una forma mentis che si afferma a danno del singolo e della persona. Anche nel calcio questa deviazione è veramente trasparente; la tipologia che esemplifica compiutamente il riduzionismo antropologico è quella di Ibrahimovic, cavaliere e messaggero del nichilismo ispirato all’economicismo più radicale. Non è forse un atteggiamento etico più autentico quello di un gruppo di tifosi della più antica società calcistica italiana, il Genoa, che hanno chiesto ai propri giocatori durante una partita del campionato 2011-2012 la restituzione del simbolo originario, la maglia? Mi chiedo: sono più eticamente criticabili questi comportamenti estremi, improntati al senso di appartenenza, o il disincanto giunto ormai alla fase più bassa della sua curva degenerativa? Ha più valore la richiesta di un sacrificio totalizzante o il nichilismo super-economicistico imperante, che mortifica, spersonalizzandolo, l’entusiasmo dei valori d’appartenenza che devono continuare ad alimentare la fede laica dei tifosi?

Il calcio non ha bisogno, per rifondarsi, di un ‘governo tecnico’, ma di una grande Accademia, dove tutti, dai dirigenti agli allenatori ai giocatori, possano finalmente formarsi.