La violenta polemica sulle intercettazioni alle telefonate fra Mancino e Napolitano, oltre a stendere “un tappeto rosso” a chi vuole imbavagliare la stampa con nuove norme liberticide, fa da cortina fumogena alla questione cruciale da cui tutto è cominciato: chi erano i soggetti dello Stato che hanno trattato, e con chi hanno trattato. Oggi si parla sempre di “ricatto della mafia”. Ma non è così semplice.

L’attuale inchiesta di Palermo nasce dallo stralcio di un’altra: “Sistemi criminali”, che ne è la “madre”, svolta a fine anni Novanta dalla stessa Procura. In quell’inchiesta – forse non lo si ricorda più – i magistrati individuarono una triade di realtà diverse che si allearono per cercare di sovvertire l’ordine del nostro Paese, frantumandolo sul modello jugoslavo, da un lato attraverso la strategia delle bombe e delle stragi, dall’altro creando le Leghe del Sud.

La prima di queste realtà sovversive era un’inedita alleanza tra Cosa nostra e le altre mafie nazionali. Le altre due erano la massoneria piduista infarcita di elementi della destra eversiva italiana, e soprattutto – terzo “sistema criminale” – uomini e strutture dell’Antistato ma interni alle istituzioni del nostro Paese. L’obiettivo della triade era di azzerare i referenti politici nelle istituzioni (ritenuti ormai inaffidabili) e intervenire direttamente nel governo della società e cioè «farsi Stato», come spiegò il collaboratore di giustizia Leonardo Messina raccontando la genesi della stagione delle trattative.

Altro che “trattativa Stato-mafia”. Non è così. Nelle pagine di quell’inchiesta si legge che l’ideazione e la regia del piano eversivo non erano di Cosa nostra, che anzi appariva piuttosto la struttura esecutiva, la “mano armata” degli eversivi. Basta scorrere l’elenco degli indagati dell’epoca per capire che i promotori del “nuovo ordine” erano quanto di più eterogeneo e inquietante offrisse l’Italia nel 1991: ci sono i fascisti del calibro di Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci; massoni come Gelli e Pazienza; importanti esponenti delle famiglie di ‘ndrangheta, quale Paolo Romeo, e i massimi vertici di Cosa nostra (Riina, Provenzano, Santapaola, i fratelli Graviano).

In quell’inchiesta si accertarono alcuni fatti. Il primo: «All’inizio degli anni ’90 venne elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma a esse legati, un nuovo “progetto politico”, attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva». Secondo: questo progetto si basava su una strategia secessionista. Terzo: Cosa nostra deliberò una vera e propria strategia della tensione stragista. Tra il 1991 e il 1992, tuttavia, quella pericolosa alleanza sembrava essersi arenata perché, come sostenne il “pentito” Giovanni Brusca, Riina non era entusiasta di questi “nuovi soggetti”. Da quel momento – che coincide con l’omicidio di Lima – inizia la trattativa su cui indaga ora la Procura palermitana, che vede coinvolti Marcello Dell’Utri e alcuni ufficiali del Ros.

Ma che fine fanno, a quel punto, gli interessi massonici ed eversivi? Non c’è dubbio che il primo governo Berlusconi fosse la sintesi tra il secessionismo di Gianfranco Miglio – ovvero quella componente politico-ideologica che, com’è scritto nell’inchiesta “Sistemi criminali”, ebbe dei rapporti con Cosa nostra fino al 1992 – e Forza Italia, terminale della trattativa Stato e mafia, secondo i Pm di Palermo. Ed è ormai un dato storico il fatto che una parte dell’estremismo neofascista fosse di fatto contiguo a una parte del movimento leghista, soprattutto nel Triveneto. In sostanza quella convergenza di interessi – i peggiori del Paese – che troverà una rappresentanza nel primo governo Berlusconi era cresciuta dal 1991 in poi dialogando con Cosa nostra.

Quanto alle “istituzioni deviate”, ci sono buoni indizi per individuarle: la Falange Armata, ad esempio. Tutte le stragi del 1992 e del 1993 (Capaci, via D’Amelio, gli attentati di Roma, Firenze e Milano) vengono rivendicate con questa sigla.

Ebbene, dalle indagini è emerso che la decisione di utilizzare questo nome in codice fu presa in una riunione a Enna dei vertici di Cosa nostra, nella fase della prima “trattativa” con i gruppi secessionisti ed eversivi. Ma nessuno ricorda che i membri della Falange Armata si annidavano nella Settima divisione del Sismi (l’allora servizio segreto militare). Così come sembra sfuggire il fatto che un uomo chiave della trattativa come Vito Ciancimino era – come scrisse lui stesso – appartenente all’organizzazione Gladio. E che ne faceva parte, come riferisce il “pentito” Filippo Barreca, anche un altro indagato eccellente di “Sistemi criminali”: l’avvocato Paolo Romeo, che nel 1992 era deputato del Psdi.

E, ancora, si dimentica che dalle indagini sull’attentato dell’Addaura (1989) contro Falcone, sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio emerge che la mafia non agì da sola ma con il sostanziale appoggio di elementi dei servizi segreti.

C’è un secondo indizio che inquadra la trattativa in un contesto ben più complesso: il “papello” di Riina conteneva richieste per le quali Cosa nostra non aveva né poteva avere alcun interesse, e che quindi non potevano essere state partorite dai mafiosi siciliani. Del resto, Totò Riina fu arrestato nel gennaio 1993, e la “sua” trattativa si interruppe. Pertanto, se si arrivò al patto scellerato fu dopo, nell’epoca in cui il capo dei capi era Provenzano. Quella del papello, sembra piuttosto una “trattativa paravento”, un diversivo rispetto al “gioco grande” messo in atto dai sistemi criminali. Un segreto dentro un altro segreto.

Se rimettiamo nel giusto ordine tempi e attori del ricatto allo Stato gli eventi assumono una luce assai diversa. Ed emergono due grappoli di interrogativi. Il primo. Nella seconda fase della trattativa, chi trattò con chi? E, soprattutto, su che cosa si trattò? È pensabile che in questa “fase due”, arrestato Riina (che, tra l’altro, sembra essere stato “consegnato” allo Stato dalla stessa cupola di Cosa nostra), le richieste avanzate dalla mafia siano rimaste le stesse?

Secondo. Se la mafia è stata il “portavoce” della trattativa, anche a nome della altre realtà (massoneria/estrema destra e istituzioni deviate), chi sono i veri registi del ricatto allo Stato? E perché costoro avrebbero dovuto accontentarsi di stringere un “patto” che riguardasse semplicemente un “ammorbidimento” delle norme anti-mafia?

Non c’era in gioco, invece, il nuovo equilibrio politico in Italia, dopo l’azzeramento del sistema precedente avvenuto fra il 1991 e il 1993?

Allora, il nodo cruciale della questione non è chiarire se la seconda Repubblica ha dovuto scendere a patti con la mafia. Ma è stabilire se la Seconda Repubblica è nata perché è intervenuto un patto fra lo Stato e la triade (mafia-massoneria-istituzioni deviate).

Il Presidente Napolitano si preoccupa che l’alta figura istituzionale del Capo dello Stato non venga menomata e sminuita dalla divulgazione delle intercettazioni che lo riguardano. Ha ragione di farlo. Ma non per quelle conversazioni, che vien difficile pensare abbia avuto nell’esercizio delle sue funzioni. La vera preoccupazione dovrebbe essere di non ostacolare un’indagine che sta svelando aspetti terribilmente inquietanti sulla genesi stessa dell’ultimo ventennio di vita politica italiana. Sul quale poggia anche il suo settennato.

Il prestigio del Capo dello Stato e delle istituzioni si salvaguarda davvero non mettendo in un angolo la Procura di Palermo, ma chiarendo una volta per tutte: chi trattò con chi?

Crediamo che molti italiani questo vorrebbero sapere. Insieme al contenuto di quelle conversazioni fra Napolitano e Mancino. Giusto per fugare, una volta per tutte, ogni dubbio e illazione.

di Luigi Grimaldi, Andrea Palladino, Luciano Scalettari