Compagne di banco, abbiamo condiviso sogni, ansie e voglia di sentirci già grandi. Poi scelte di studi diversi, le nostre vite hanno preso altre direzioni. Ma i nomi delle compagne di scuola rimangono indelebili nella memoria, come se l’insegnante facesse ancora l’appello in classe. Laura Argiroffi, capelli neri e occhi grandi che volevano abbracciare più pezzi di mondo possibili. Le nostre strade non si sono più incrociate fino a quando, qualche giorno fa, mi scrive il fratello Marco e mi chiede di dargli una mano. Mi lancia addosso un macigno.

Laura da circa 30 anni soffre di manie di persecuzione che, con incremento costante di allucinazioni, aggressività verbale e non solo, l’hanno portata a una grave forma cronica di schizofrenia. Il caso di Laura, che si trova nella totale impossibilità di condurre una vita normale, è comune a tante persone che soffrono di gravi problemi psichiatrici. In Italia la legge, a tutela del singolo e non della comunità e dello stesso paziente, non permette a nessuno di costringere i malati a curarsi a meno di delirio o pericolosità manifestata in modo eclatante, aggressioni, urla, tentativi di suicidio. In questi casi si ricorre al Trattamento sanitario obbligatorio (Tso). Altrimenti i malati sono lasciati allo sbando fino a quando non vengono momentaneamente ri-trattati con Tso per poi essere nuovamente abbandonati.

Il piacere dell’amica ritrovata si smorza subito. Possibile che Laura covasse in sé già delle avvisaglie del male oscuro? O all’improvviso è precipitata in un vortice senza ritorno. Nonostante tutto Laura è riuscita faticosamente a laurearsi in Scienze Biologiche, senza riuscire però mettere a frutto gli studi.

Per Eugéne Minkowski, uno dei più grandi psichiatri del secolo scorso, la caratteristica principale dello schizofrenico è «la mancanza di contatto vitale con la realtà». Laura si è creata una sua realtà, “sente” le voci, vede persone e cose immaginarie, che sono solo proiezioni della sua mente malata. “A beautiful mind”, (la storia del talentuoso matematico John Nash, che riesce a convivere con i suoi “fantasmi” e a vincere perfino il premio Nobel) è stato uno squarcio nel labirinto di una mente delirante e schizofrenica. In quel caso finisce bene, ma spesso non ci sono i lieto fini.

Il padre di Laura morì giovane, a occuparsi di lei è sempre stata la madre e, in parte, i suoi fratelli. L’anziana signora oggi ha 87 anni, è malata e ha bisogno di cure, ma la sua badante è terrorizzata dai deliri di Laura. Ecco il nocciolo di una tragedia senza fine: un domani chi si prenderà cura di Laura? La situazione è diventata insostenibile e pericolosa per Laura, la madre, e tutto il contesto sociale coinvolto: famiglia estesa, vicini, passanti.

Marco lamenta che non si può lasciare una situazione così grave totalmente in carico alla famiglia che non ha strumenti per risolverla. La legge 180 di riforma psichiatrica approvata nel 1978 portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici. Ghettizzare i malati, imbottirli di sedativi, voleva significare abbandonarli al loro destino. Ma l’inserimento nell’ambiente familiare e sociale non sempre funziona. Le famiglie non sono attrezzate ad affrontare un problema di tale complessità. Al Cto di Napoli, per esempio, esiste un’associazione di volontariato, (è bene precisarlo) di assistenza ai familiari dei malati di Alzheimer. Perché i familiari sono da considerarsi vittime alla stregua degli stessi pazienti.

I Tso, ricoveri temporanei, risolvono la situazione per la durata del ricovero, una, al massimo due settimane, per gestire la fase più acuta. Quando i medici la obbligano Laura prende le medicine. Lasciata a se stessa smette l’assunzione di farmaci. È tipico della malattia. Ormai non si contano più i solleciti del fratello ai vari uffici di igiene mentale sparsi per l’Italia. L’ultima lettera risale a qualche giorno fa, ed è indirizzata al Dipartimento di Salute (Asl Na1), all’ attenzione del responsabile, il dottor Vito Villani.

Quando gli organi competenti sono chiamati in causa dai familiari di Laura nei momenti di maggiore aggressività si assiste allo scarica barile tra polizia municipale, che chiede l’intervento dei medici, e medici, che necessitano la presenza di polizia. Complicazioni burocratiche e leggi poco chiare.

Tutto questo va denunciato: le Asl devono avere gli strumenti per intervenire. Deve essere cambiata la legge – scrive Marco – a Napoli ci sono medici, infermieri, operatori sociali, che lavorano con mezzi propri o prendendo autobus per le visite domiciliari, anche quando sono in ferie e senza tutela. Ma non basta. La situazione è troppo grave per fare soltanto affidamento sulla buona volontà di qualche singolo.

Intanto le occasioni di “contatto” con le strutture e il personale medico sono andate via via diradandosi fino praticamente a cessare, nonostante le insistenti richieste della famiglia di Laura. È stato chiuso il Servizio di emergenza di salute mentale. Bisogna fare clamore…

Marco mi investe di una responsabilità troppo grande. La tragedia di Laura coinvolge un numero inimmaginabile di persone, ma sono pochi quelli che, come suo fratello, hanno il coraggio di ammettere di avere in casa un malato mentale. Un certo pudore, se non addirittura una vergogna inconfessata spinge i familiari a “lavare i panni sporchi” fra le mura domestiche. Meglio non parlarne, perché altrimenti la gente penserebbe male…

Chiunque abbia, invece, esperienza, suggerimenti, consigli sulla brutta bestia (intendo questo grave disturbo) può usare questo blog per dare il suo contributo che può rilevarsi prezioso non solo per Laura. Mi viene in mente la metafora della luce e del buio usata da Freud, ragione e follia sono in un certo senso proporzionali in ciascuno di noi: chi possiede più ragione possiede anche più follia. E questo giustifica, talvolta, la compresenza di genio e follia in molti artisti e scienziati. Purtroppo sono eccezioni.