Nell’importante dibattito sul Presidente della Repubblica e i magistrati di Palermo sono emersi concetti – “buon senso repubblicano” e “spirito repubblicano” – sui quali merita provare a riflettere pacatamente. A menzionarli è stato Ezio Mauro nel suo scritto del 24 agosto. Sostengo ormai da molti anni che la causa principale dei mali politici e sociali dell’Italia è la carenza di spirito repubblicano. Mi ha dunque riempito di letizia rilevare che il più prestigioso quotidiano italiano, a firma del suo Direttore, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica su quei concetti.

Ritengo tuttavia che Ezio Mauro abbia dato allo spirito repubblicano un significato che non ricordo di avere mai incontrato in 30 anni di studi su quello che la comunità intellettuale internazionale chiama ‘pensiero politico repubblicano o ‘ ‘tradizione repubblicana’. 

Spirito repubblicano vuol dire in primo luogo devozione intransigente al governo della legge, vale a dire al principio che tutti, governanti e rappresentanti inclusi, devono essere sottoposti alle medesime leggi (le citazioni a sostegno riempirebbero tutto Il Fatto e poiché le ho raccolte in libri risparmio il lettore). Orbene, se la Consulta darà ragione al Capo dello Stato, ci ha spiegato Gustavo Zagrebelsky, i futuri presidenti della Repubblica godranno non solo della “irresponsabilità” garantita dalla Costituzione, ma anche di una “inconoscibilità”, e “intoccabilità ” assolute “da cui conseguirebbero, nella specie, obblighi particolari di comportamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e delle garanzie ordinarie del processo penale”. Diventerebbero, di fatto, cittadini quasi al di sopra delle leggi ordinarie. Spirito repubblicano lo hanno pertanto dimostrato non i difensori, ma i critici dell’operato del Capo dello Stato, in questa specifica circostanza.

Lo spirito repubblicano si distingue poi per il modo di giudicare le azioni dei politici secondo il criterio che Machiavelli, il più influente scrittore politico repubblicano moderno, ha sintetizzato con queste parole: “Le repubbliche bene ordinate costituiscono premii e pene a’ loro cittadini, né compensono mai l’uno con l’altro” (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I. 24). Voleva dire che quando un cittadino opera bene (ovvero serve il bene comune) merita plauso e onori, ma se poi il medesimo cittadino agisce male merita biasimo e sanzioni, e che le buone opere non cancellano la responsabilità per quelle cattive. Nel caso particolare Ezio Mauro, e tutti i sostenitori del Capo dello Stato, hanno sottolineato i suoi indubbi meriti nel corso del settennato, in particolare il suo impegno per liberarci di Berlusconi presidente del Consiglio. Ma tutto questo non può attenuare la riprovazione per il comportamento nei confronti di Nicola Mancino e per la decisione di sollevare il conflitto di competenza nei riguardi dei magistrati di Palermo. Mescolare meriti e demeriti al fine di attenuare la riprovazione per i secondi è tipico della peggior mentalità italiana, non certo dello spirito repubblicano.

Proprio dello spirito repubblicano, infine (ma il discorso potrebbe essere molto più lungo) è il netto rifiuto dei privilegi e dei favori che i potenti dispensano ai loro amici e ai loro clienti. Li considera, a ragione, aperte ingiustizie e causa di corruzione. Ora, tornando al caso nostro, i critici del Colle hanno rilevato che il Capo dello Stato, o i suoi collaboratori, hanno avuto nei riguardi di Mancino troppo sollecita attenzione. Lo riconosce, mi pare lo stesso Ezio Mauro: “ho già detto, e ripetuto, che il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio, perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente della Repubblica: e innescano iniziative del Colle tutte legittime, ma sollecitate da una parte in causa – Mancino – che ha una possibilità di accesso al Quirinale che altri cittadini non hanno” (Repubblica 24 agosto 2012). Se favore c’è stato, allora anche da questo punto di vista mi pare difficile negare che i critici si sono comportati da buoni repubblicani.

Chi conosce lo spirito e il pensiero politico repubblicani sa che l’istituzione non si identifica con l’individuo che, per un periodo limitato, la rappresenta e chi critica un determinato atto del Capo dello Stato non è per questo un nemico della Presidenza della Repubblica che io considero istituzione benefica e fondamentale per la salvaguardia della libertà e dell’unità nazionale.

Chi vuole il bene della Repubblica deve fare uno sforzo per recuperare il significato vero dello spirito repubblicano, non le versioni edulcorate o sbagliate che circolano presso la pubblica opinione, e pretenderne sempre il rispetto e soprattutto dalle più alte cariche dello Stato.

Il Fatto Quotidiano, 1 Settembre 2012