Francesco li guarda e sono tutti in piedi. Si alzano tre volte, faticano a sedersi. Applaudono le profezie di Rosi e la quercia secolare. L’ammissione di una debolezza: “Non credevo di emozionarmi, perdonatemi” e la lucida tenacia di una narrazione sopravvissuta a nemici multiformi. Dal Generale De Lorenzo alla censura. Il racconto che più parla di noi, in film che divennero abusata locuzione (cinema civile), specchio del Paese, ratificazione di un immutabile destino, lo ha scritto in tempi non sospetti un napoletano del ’22. Adesso, mentre le mani battono il ritmo di un istante (bravo Barbera) troppo a lungo rimandato, Francesco Rosi detto Franco solleva il Leone d’oro alla carriera: “Ho fatto la mia parte, bisogna fare i conti con la propria forza, energia e volontà: Manoel de Oliveira, a 103 anni, ancora ce la fa”.

È serio, lo è sempre stato, l’ex ragazzo che divideva le mattine con Dudù La Capria al Liceo Umberto I in Piazzetta Amendola. Distante dalle freddure dialettiche di un Monicelli (ricordato ieri al Lido da un bel documentario) che al collega portoghese riservava ironici auguri a tinte scaramantiche: “Non vedo l’ora che De Oliveira muoia. È stato sempre la mia ossessione. Più anziano, più bravo di me e sempre più invitato ai Festival del sottoscritto”. Francesco era ed è diverso. Meno disilluso e più vicino a un’idea pedagogica dell’arte: “Il cinema è conoscenza e comunicazione, per la sua funzione di testimonianza e grazie all’incredibile rapporto che è in grado di stabilire con il pubblico. Non si può chiedere di più a un film”. Ha ragione perché come ricordava la didascalia di Le mani sulla città: “I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce”. Il cielo sopra Venezia, ieri sera, aveva riflessi pavesi. Pioggia, nuvole e squarci di luce, “Rosso” e “bruciato come un falò”, mezzo secolo dopo la caduta in volo di Enrico Mattei a Bascapè, ma senza tragedie, misteri o mancate epifanie.

A 90 anni, non si ha bisogno di rinascere. Francesco Rosi, inseguendo un principio di giustizia, attraversava il mondo. Ribellandosi ai diktat castristi e alla bugie di Stato, ai silenzi e alle omissioni. Sognava architetture meno grigie dell’esistente, progetti che evadessero dal compitino, simile in questo al presidente dell’Eni descritto nel magnifico affresco ripresentato al Lido dopo il restauro. Attuale come ieri, con le sue domande irrisolte: Il Caso Mattei. Con le rivoluzioni uccise alla radice: “Ho fatto con gli arabi delle società miste, invece di avere come soci degli americani. È un delitto?”. Le consapevolezze ostentate da un enorme Volonté: “Chi si occupa di petrolio fa politica, politica estera”.

Con i messaggi presidenziali dell’antico fratello Napolitano, gli amici in video dall’altra parte dell’oceano di nome Martin Scorsese: “Francesco è stato tra i più grandi di sempre” pronti a riscrivere nuovi capitoli dell’epopea: “Citizen Rosi” e quelli in platea, poi a cena al Lido, nella meravigliosa decadenza dell’Hotel Quattro Fontane. Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Furio Colombo. Mentre il regista che odiava sentirsi chiamare maestro stringeva mani, negli occhi rimanevano lampi e intuizioni del suo Mattei. Uno che tagliò prima degli altri i privilegi: “Quante sono le macchine che prelevano o riportano a casa i dirigenti? Da domani il servizio è abolito, l’auto di servizio puzza di ministero” e sapeva essere duro con i dipendenti se il caso (nella sua visione lo richiedeva sempre) pretendeva durezza: “Il Motel Agip fa schifo, i bagni sono lerci, ripuliteli. Da ragazzo, quando lavoravo in fabbrica, non potevo neanche andare al cesso da quanto puzzavano”.

Lo stesso odore nauseante dell’esclusione sociale e del fascismo di sinistra, visto ieri mattina in una sala grande quasi deserta. Sullo schermo la storia di un missino senza voce, il patavino Graziano Giralucci, ucciso nel ’74, ripercorsa da sua figlia Silvia. Un viaggio alle radici dell’odio etnico e della dignità, nella Padova dominata dall’autonomia con molotov, auto bruciate e i professori universitari, dissenzienti e sprangati. Altri docenti come Toni Negri, protervi come allora minimizzano: “Furono solo 4 schiaffi”. E dentro, si muore un’altra volta.