Per mesi la discussione sulla “riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” si è concentrata soprattutto sull’opportunità di liberarsi dalle ‘rigidità’ dell’articolo 18 sul licenziamento senza giusta causa – nonostante in Italia il 94,5% delle imprese abbia meno di dieci dipendenti e la legge si applichi solo alle imprese con più di 15 dipendenti – così da incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro.

Non stupisce così che, approvata la riforma, la disoccupazione si confermi stabile, secondo gli ultimi dati Istat, al livello di giugno, 10,7%, con la quota di giovani disoccupati addirittura in aumento – presumibilmente per le nuove norme sui contratti flessibili – tra giugno e luglio: dal 33,9% al 35,3% .

Ora, la riforma Fornero contribuisce a peggiorare il quadro, ma certo la tendenza ha radici altrove. Negli effetti della crisi, nei problemi irrisolti del paese, e prima ancora in un sistema economico in cui precarietà e disoccupazione sono strutturali, non parentesi da superare.

Fornero, però, questo lo sa, tanto che nella famosa intervista al Wall Street Journal disse, in sintesi, di mirare alla tutela della persona, non potendo garantire quella del posto di lavoro. Che ne è stato, ministra, di quei buoni propositi?

Nonostante precarietà, aziende in crisi e abbassamento dei salari, in Italia milioni di lavoratrici e lavoratori sono ancora esclusi dall’accesso al sussidio di disoccupazione. A fronte di oltre 14,7 milioni di italiani, quasi un quarto della popolazione totale, a rischio povertà, l’Italia è, con la Grecia, l’unico paese europeo in cui non esiste una forma di tutela di ultima istanza che sia veramente universale.

L’Unione europea chiede all’Italia l’introduzione di un reddito di base dal 1992 (con la raccomandazione 92/441 Cee) e in autunno si prospetta il lancio di una campagna per una misura di reddito di base a carattere europeo. Intanto, però, fino al 31 dicembre 2012, è in corso una campagna, promossa da una serie di associazioni e movimenti, per una legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito in Italia.

Un argine all’impoverimento e alla ricattabilità, scrivono i promotori, ma anche un modo per garantire a ciascuno le risorse da cui partire per autodeterminarsi. Un aspetto che troppo spesso le retoriche sul merito e sul farsi da sè trascurano di menzionare.