“Questo è un film mortuario”. Parola di Daniele Ciprì per il suo “E’ stato il figlio”, primo film italiano in Concorso alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia. E stupiscono la simpatia e il candore antipubblicitario con il quale il papà, assieme a Franco Maresco, di Cinico Tv, presenta il suo primo lungometraggio in solitaria dopo aver diretto “Lo zio di Brooklyn” (1995), “Totò che visse due volte” (1998) e “Il ritorno di Cagliostro” (2003) assieme al sodale Maresco.

Divorzio artistico non così consensuale, anche se atmosfere, visi ed eccentricità caratteriali dei personaggi di Cinico Tv rientrano parecchio dalla finestra di E’ stato il figlio. Ambientato in una Palermo desolata e virata su un seppiato anni settanta/ottanta, il film di Ciprì è un bizzarro oggetto di modernariato cinematografico che osa rimescolare contenuti “alti” (mafia, crimine, usura) con la leggiadria formale di una messa in scena grottesca, facce e panze deformate alla Cinico e nanetti alla Lynch, scenari periferici senza via di fuga per lo sguardo.

Al centro del racconto la famiglia palermitana Ciraulo, coordinata da papà Nicola (un Toni Servillo particolarmente pimpante in canottiera, barba di qualche giorno e denti gialli), moglie casalinga, figlio ventenne ancora nullafacente, nonno e nonna all’apparenza rimbambiti e la piccola Serenella, improvviso oggetto involontario di un regolamento di conti della criminalità. Morta subito la bimba nel cortile antistante i palazzoni dove vivono i Ciraulo, l’esplosione del possibile dramma si trasforma in un cicaleccio comico surreale, slegato da cause ed effetti dell’uccisione con immediata attenzione al probabile milionario rimborso dello stato per la giovane vittima di mafia.

Nicola si fa consigliare dal trafficone amico obeso e da un avvocato azzeccagarbugli per ottenere 220 milioni che faticano ad arrivare. Ed  è proprio la grossa somma di vecchie lire che fa scattare la svolta in “E’ stato il figlio”: denaro prima rifiutato, poi atteso spasmodicamente con tanto di ricorso ad un melomane usuraio per pagare spese senza averlo ancora in tasca, infine speso dopo amletica scelta. Là in mezzo alla periferia più miserabile e sgangherata, tra fuocherelli improvvisati sull’asfalto e disperazione umana mica da ridere, Nicola e famiglia optano per una Mercedes che altro non sarà che l’inizio di una discesa agli inferi e la dissoluzione tragicomica dell’intera famiglia.

“E’ il dramma della famiglia italiana evocata da un esempio palermitano proprio grazie all’inserimento nella storia del denaro – spiega Ciprì – è un gruppo familiare legato alla legge arcaica dello stare insieme, remota nel tempo ma con uno smarrimento che è tutto contemporaneo dovuto ad un alienante consumismo. Una tragedia greca in cui ci ho messo tutta la Sicilia che conosco, iconografando la mafia e anticipando l’Apocalisse che viviamo oggi”.

“Stiamo parlando della “roba” raccontata da Giovanni Verga, quel senso di possesso che da Mastro Don Gesualdo in poi ha imbevuto la letteratura siciliana – ha aggiunto elegantemente Servillo – oltretutto la scelta di Ciprì mi fa tornare alla mente le parole di Sciascia quando diceva che l’origine di molti comportamenti mafiosi è nel matriarcato. Fatto confermato da molte inchieste di magistrati e giornalisti con le donne a decidere presente e futuro dei destini economici delle famiglie”.

Supporto decisivo ad una storia tragica e beffarda è l’immaginario visivo di Daniele Ciprì, di base direttore della fotografia (Vincere di Marco Bellocchio  e “La pecora nera” di Ascanio Celestini), che ha ricreato Palermo in Puglia (il film si è potuto realizzare produttivamente grazie alla Puglia Film Commission) con una buona dose di spregiudicatezza formale: “Ho cercato di fare sentire Palermo inquadrando qualcosa di astratto. Un po’ come facevamo con Cinico Tv, senza realismo, anche perché è oramai impossibile ricreare quelle inquadrature svuotate. Ricordo che quando Wim Wenders nel 2008 mi ha cercato prima di girare quell’orrendo film che è “Palermo Shooting” voleva sapere dov’erano quei luoghi per poterli usare, ma all’epoca era impossibile farlo perché erano già diventati scenari periferici già pieni di cantieri sullo sfondo”.