“Mettiamo in scena il conflitto di una donna tra l’amore divino e l’amore per il marito, che ritorna dopo due anni, disabile a causa di un incidente, il conflitto tra l’amore spirituale e quello carnale, sessuale”. E insieme si mette in scena una Madonna pellegrina, una statua portata di famiglia in famiglia. La Madonna Rosa Mystica, 40 cm di adorazione porta a porta. E’ la viennese Annamaria (Maria Hofstatter) a farsene carico, dedicando le proprie vacanze alla evangelizzazione metropolitana. Ma è sempre Austria Infelix, e come potrebbe essere altrimenti se dietro la macchina da presa c’è Ulrich Seidl, che porta a Venezia – dopo Paradies: Liebe – il secondo capitolo della sua paradisiaca, ovvero infernale, trilogia: Paradies: Glaube. Fede.

Anna Maria è la sorella di Teresa, la turista del sesso in Kenya del primo capitolo: così lontane, così vicine, accomunate dalla ricerca di un assoluto pervertibile. L’Amore prima, la Fede ora. Anna Maria si flagella davanti al crocefisso, inginocchiata e col cilicio percorre l’appartamento fino a farsi sanguinare le ginocchia, e il crocefisso se lo porta anche a letto, per uso improprio, sebbene la sua preghiera a Gesù suoni: “Molti sono ossessionati dal sesso. Liberali dall’inferno!”.

Anna Maria non era così, aveva un marito, aveva un’altra vita. Il primo l’ha ancora, e torna a casa dopo una lunga assenza: Nabil (Nabil Saleh, non professionista), un egiziano musulmano, sulla sedia a rotelle. Non può soffrire l’invasiva iconografia di crocefissi – finiranno flagellati – e ritratti di papa Ratzinger – finiranno in frantumi – e così via, soprattutto, non può soffrire che Anna Maria non gli si voglia più concedere: “Fai il tuo dovere. Sei mia moglie. Dovresti saperlo. E’ così in tutte le religioni”. Problema, quella di Anna Maria, quella di Nabil non è una religione, ma religiosità isterizzata, fanatismo bigotto, fondamentalismo in opere e missioni. Solo così si può dire al marito: “Grazie a Dio ti è successo l’incidente”. E, crediamo, solo così Nabil Saleh (l’attore, non il personaggio) può dirsi convinto che una buona percentuale di divorzi derivi dal fatto che “molti uomini non accettano che le loro mogli inizino a trascurarli: da musulmano, è una cosa che io non accetterei mai”.

Ma ritorniamo allo schermo. Inni di lode e litigi, orge nel parco da cui scappare a piedi nudi e un gatto da accudire: lo straordinario e l’ordinario di una ricerca di senso svilita a pura prassi, missionarietà senza reale dialettica e senza alcuna possibilità di proselitismo, imposizione e sottomissione di credo e punti di vista poco integrali, molto integralisti. Cresciuto “in una famiglia molto religiosa, poi mi sono ribellato alla morale apparente della Chiesa, ma non mi riesco ad allontanare dai valori cristiani”, Seidl insegue il miracolo dell’osceno nella storia e il miracolo della scena nella regia: esemplarità estrema nella via crucis (minuscolo) solipsistica di Anna Maria, tallonamento cartesiano e paratattico per lo stile. Vince la storia, lunga teoria di iterazioni sacre e decadimenti profani, e finisce per perdere il film: lo scandalo – l’unico scandalo del film – è di chi porta in giro la Madonna senza conoscerla. Lo scandalo residuo di Seidl, che oramai mette la radicalità più davanti la macchina da presa che dietro. Peccato che il tempo passa, e il peccato non sia sempre nell’occhio di chi guarda. E il caso umano di Anna Maria – donna sola, prima di tutto – soffre la tesi disumanizzante che l’ha partorita. Tutto il resto è nichilismo o, forse, pars pro toto: “Non credo che una storia sia rappresentativa del tutto, ma può raccontare una parte di qualcosa più ampio”. A caro prezzo. Almeno per gli spettatori. Lo scandalo è servito?