La frase del feldmaresciallo von Moltke sul “marciare divisi per colpire uniti” forse è troppo solenne per i “giovani” (obbligo di virgolette) dirigenti del Pd. Ma almeno rende l’idea. Fatto sta che la banda dei T/Q, i trenta-quarantenni di Sant’Andrea delle Fratte che un anno fa dalla Festa nazionale di Pesaro avevano alzato la testa dalle sabbie del correntismo per chiedere a Bersani di “non riproporre la stessa squadra del ’96” quando il Pd sarebbe tornato a Palazzo Chigi, adesso vuole approfittare delle primarie di novembre per assicurarsi quel ricambio generazionale tanto spesso sbandierato ma sempre sotto minaccia degli anziani big a caccia di un ultimo giro in Transatlantico.

Non ci sarà una candidatura unica, perché le spaccature sono troppo profonde. Anzi, a dirla tutta, in pochissimi, tra i dirigenti che avevano lanciato “l’appello di Pesaro”, sosterranno Matteo Renzi nella sua scalata verso la premiership. Quasi tutti gli si opporranno con ferocia.

Come Matteo Orfini, il responsabile nazionale cultura del partito, fedelissimo di Bersani, a cui però pone dei paletti seri, a partire dal diktat: niente ministri del primo Prodi nel prossimo esecutivo targato Pd. “Perché se a questo Paese serve una svolta, a metterla in atto non possono certo essere i protagonisti di una stagione di profonda subalternità del centrosinistra al liberismo imperante”, ha spiegato Orfini la settimana scorsa in un’intervista al Giornale. “Quindi non possiamo riproporre gli stessi uomini e donne di allora. D’altronde, chi è già stato due volte ministro ha avuto molto dal partito e dal Paese e può serenamente dedicarsi ad altro”. Ovviamente, “la regola non vale per Bersani”, perchè “è utile, anzi indispensabile, che il capo del governo abbia un patrimonio di competenze e di esperienza. Ma tutti gli altri devono cambiare, altrimenti faremmo il terzo governo Prodi senza Prodi e non si può proprio”. E se a pronunciare queste parole è quello che i maligni chiamano “il segretario di D’Alema”, per via dell’esperienza passata con il lider Maximo alla Farnesina, il segnale è fin troppo chiaro.

“Siamo una generazione che al congresso andrà in ordine sparso, ma l’esigenza del rinnovamento è ormai evidente comunque la si pensi, anche i leader più anziani se ne rendono conto”, spiega il vicepresidente del Pd, Ivan Scalfarotto al Fattoquotidiano.it . “Il ricambio è indispensabile. Anche a livello fisiologico. Se il paese oggi è in queste condizioni è anche a causa di una classe politica che non ha fatto bene”. “A livello di cosiddetti giovani siamo tutti d’accordo sulla necessità di mostrare una forte discontinuità – prosegue – Anche perchè se noi fossimo in grado di presentarci con dei volti nuovi, saremmo più credibili e toglieremo terreno a Grillo. Se Bersani avrà la capacità di farlo, la candidatura del Pd sarà molto più forte. Poi però sugli schieramenti interni ci sono posizioni molto diverse”.

Insomma alle primarie ci saranno divisioni, anche marcate, ma poi, al momento di fare le liste, sia ai renziani che ai giovani turchi bersaniani conviene fare fronte comune per scongiurare l’ultimo colpo di coda dei vecchi leader. Perché, sempre per citare von Moltke, nessun piano sopravvive all’incontro con il nemico.