Così Ferrante è di nuovo custode di Ilva. Non mi pare una buona cosa ma, giuridicamente, non fa una grinza. L’esecuzione dei provvedimenti del Tribunale della Libertà tocca alla procura non al gip. E dunque le ordinanze del gip Todisco che ha sostituito Ferrante come custode erano obiettivamente sbagliate. Non nel merito; ma nella forma giuridica sì, purtroppo. Fin dall’inizio, Ferrante era stato attivissimo nel sostenere la non necessità, meglio l’inopportunità, del sequestro.

Dunque era evidente il latente conflitto di interessi. Per questo la scelta del Tribunale della Libertà era stata errata. Quando poi costui ha annunciato pubblicamente di voler interporre appello contro il provvedimento di quella stessa autorità che aveva imposto il sequestro, è risultato evidente che Ferrante era proprio l’uomo sbagliato nel posto sbagliato: interporre appello è legittimo, ci mancherebbe altro; ma è attività propria del legale rappresentante di Ilva, non del custode giudiziario.

Schizofrenia pura ovvero, ormai ci siamo abituati, conflitto di interessi. Ma poiché questa era stata la decisione dei giudici, come fare per superarla? Semplice: la procura, che per legge aveva il compito di eseguire la decisione del Tribunale della Libertà, avrebbe dovuto ravvisare questo conflitto e sostituire Ferrante. Insomma fare quello che ha fatto il gip. A questo punto Ilva avrebbe dovuto impugnare il provvedimento del pm avanti al gip; questi avrebbe dovuto emettere un’ordinanza con la quale avrebbe potuto respingere l’impugnazione e confermare il provvedimento della procura; oppure accoglierla e rinominare Ferrante custode giudiziario. Procura e Ilva avrebbero potuto proporre ricorso al Tribunale della Libertà. Insomma, il gip Todisco ha bruciato le tappe. E ha sbagliato, pur avendo ragione. Ma il punto è un altro.

Il Tribunale della Libertà, rinominando Ferrante custode giudiziario, ha spiegato che la decisione si deve a “intuibili, gravi e presumibilmente irreparabili conseguenze che una viziata esecuzione del sequestro giudiziario potrebbe comportare in ordine alla salvaguardia degli impianti e della strategica capacità produttiva dell’azienda, nonché ai livelli occupazionali e alle stesse finalità di tutela dell’ambiente e della salute pubblica poste a base della disposta misura cautelare”? E qui mi sembra proprio che una impugnazione in Cassazione ci starebbe bene. Non c’è ragione di ritenere che altro custode, adempiendo ai compiti previsti nel primo provvedimento del tribunale (che, quanto a questo, è rimasto invariato) avrebbe cagionato “gravi e irreparabili conseguenze”.

Si trattava di adoperarsi “all’esclusivo fine dell’eliminazione della situazione di pericolo… in vista del raggiungimento del precipuo biettivo… di evitare che la libera disponibilità del bene sottoposto a sequestro possa aggravare e protrarre le conseguenze dei reati…” (così a pag. 117). E per fare questo qualsiasi professionista esperto sarebbe andato bene; e comunque meglio di chi dell’eliminazione delle situazioni di pericolo e della tutela dell’ambiente e della salute pubblica si era del tutto disinteressato. Ma soprattutto è il riferimento ai livelli occupazionali che, sebbene coerente con la ri-nomina di Ferrante, fa capire come il Tribunale della Libertà abbia esorbitato dal suo ruolo: la giustizia si occupa di reati, non di disoccupazione. Vuoi vedere che, dai e dai, anche i giudici stanno cominciando a scordarselo?

Il Fatto Quotidiano, 31 Agosto 2012