Tra la polvere e i calcinacci spicca il biondo dei capelli di una bimba di circa tre anni, il cui corpo senza vita viene tirato fuori, assieme a quello di altri sette bambini, dalle macerie di un’abitazione ad Abu Dhuhur, località nella Siria settentrionale colpita, secondo i residenti, da bombardamenti governativi: una nuova strage, che ha il sapore della rappresaglia per la cattura stamani del vicino aeroporto militare e per l’abbattimento di un MiG, il secondo in meno di un mese.

A migliaia di chilometri di distanza dalle macerie di Abu Dhuhur, il presidente egiziano Muhammad Morsi ha parlato a Teheran, assumendo la presidenza del Movimento dei Non Allineati e chiedendo ai partecipanti del summit, tra cui la delegazione siriana, quella russa oltre ai padroni di casa gli iraniani, di sostenere esplicitamente, con una soluzione politica e non militare, “la lotta dei siriani per la libertà e la giustizia”. Damasco non ha gradito e ha fatto allontanare la sua delegazione dalla sala, mentre il ministro degli esteri Walid al Muallim ha accusato Morsi di “ingerenze” e di “instigazione allo spargimento di sangue in Siria”.

Tornando ad Abu Dhuhur, i media ufficiali non hanno finora fornito informazioni su quanto avvenuto nei pressi dell’aeroporto, mentre in uno dei tre filmati stasera disponibili sugli effetti del bombardamento (le immagini sono forti e potrebbero urtare la sensibilità di chi guarda), si vedono uomini scavare tra le macerie di un’abitazione rinvenendo più di un cadavere.

I testimoni, citati dagli attivisti, riferiscono dell’uccisione di otto bambini, nove donne e tre uomini ma è un bilancio impossibile da verificare sul terreno a causa delle restrizioni imposte dal regime siriano ai giornalisti locali e stranieri.

In mattinata i membri della brigata Martiri della Siria avevano annunciato di aver combattuto per tutta la notte per riuscire a prendere il controllo dello scalo militare di Abu Dhuhur. Lo scalo si trova in una posizione strategica: 50 chilometri a sud di Aleppo e altrettanti a est di Idlib, due degli epicentri della battaglia tra ribelli e governativi. L’Esercito libero ha affermato, mostrando un filmato, di aver abbattuto un aereo appena decollato e di aver danneggiato almeno altri dieci velivoli. Un primo MiG-23 era stato abbattuto dai ribelli nella Siria orientale il 23 agosto. Mentre nei giorni scorsi altri rivoltosi avevano abbattuto un elicottero militare sui cieli di Damasco.

E oggi si è combattuto anche nella capitale, nei quartieri di Qadam e Tadamun a sud, e nei sobborghi a nord-est. In serata, i residenti di Kfar Batna hanno riferito, citati dai comitati di coordinamento, dell’assalto dei governativi all’ospedale al Fateh dove sono ricoverati molti feriti, e del dispiegamento di numerosi cecchini lealisti sul tetto dell’edificio.

Scontri anche nel centro petrolifero orientale di Dayr az Zor, in particolare nella cittadina di frontiera di Albukamal, da dove provengono sempre più frequenti notizie – non verificabili – di lealisti in ritirata dalle loro postazioni sul terreno. L’agenzia ufficiale Sana riferisce invece di numerosi successi ottenuti “dalle eroiche forze militari” contro terroristi in varie località del Paese. Anche oggi però i media governativi non forniscono cifre esatte delle vittime, né tantomeno le loro generalità.

Bisogna così affidarsi a un medico dell’ospedale militare di Tishrin, a Damasco, che intervistato dall’Afp, parla 47 soldati uccisi ieri e, in tutto, in 17 mesi di violenze, di 8mila morti tra i membri delle forze governative. Il militare però parla protetto dall’anonimato perché non è autorizzato a riferire bollettini di morte ufficiali, che tra l’altro non riguardano quasi mai le vittime civili.

Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani, che da anni si serve di una vasta rete di contatti sul terreno, oggi sono stati uccise oltre 80 persone: 49 civili, dieci ribelli, almeno 21 governativi, e tre corpi non identificati. I Comitati di coordinamento parlano di 67 uccisi, ma solo tra i civili e i ribelli. Il Centro di documentazione delle violazioni in Siria (Vdc), documenta l’identificazione certa di 41 morti, per lo più civili.