Il 26 agosto a Stoccolma è cominciata la 22esima Settimana Mondiale dell’Acqua, forum che accoglie in Svezia più di 2500 esperti e 200 organizzazioni non governative da più di cento paesi. Il tema di questa edizione è la sicurezza alimentare. Sette giorni di conferenze, laboratori e dibattiti organizzati dall’Istituto internazionale dell’acqua di Stoccolma per prepararsi a gestire la scarsità di risorse idriche del futuro. Secondo Per Bertilsson, direttore dell’Istituto, “nel futuro l’umanità si troverà di fronte alla mancanza di acqua, per questo è necessario usarla più efficacemente e anche riesaminare gli approcci a produzione, vendita e consumo degli alimenti”.

Il ciclo dell’alimentazione è uno dei settori più esposti alla scarsità di risorse idriche. L’agricoltura è strettamente connessa all’irrigazione, alla canalizzazione e alla gestione delle precipitazioni atmosferiche e delle risorse idriche considerato che, secondo stime delle Nazioni Unite, il 70% dell’acqua dolce viene utilizzata per irrigare i campi che producono circa il 40% del cibo a livello globale. Nel settore dell’allevamento di carni il consumo d’acqua è decuplicato. Nei regimi alimentari contemporanei di milioni di persone, sempre secondo le Nazioni Unite, il consumo di carne pro capite passerà entro il 2050 da 37 chili a 52 chili, generando una richiesta di acqua sempre maggiore da parte del ciclo dell’alimentazione. In un meccanismo pericoloso per il quale gran parte della produzione cerealicola verrà destinata al bestiame e – secondo il trend degli ultimi anni – alla produzione di biocarburanti. Gli scienziati e i tecnici riuniti a Stoccolma si trovano ad analizzare uno scenario inquietante: per la siccità montante nel pianeta avremo meno acqua; una parte sempre maggiore di una risorsa scarsa verrà drenata dall’agricoltura, ma sempre meno sarà utilizzata per sfamare le persone, a causa delle richieste di energia da parte delle industrie e per l’alimentazione di coloro che possono permettersi un elevato consumo di carne. Lasciando quindi all’asciutto milioni di persone in zone del pianeta particolarmente povere.

Una razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse idriche diventa ancora più importante di fronte alla crescente siccità. Secondo il National Climatic Data Center della National Oceanic and Atmospheric Administration Usa, “la temperatura media del mese di luglio e di agosto è al di sopra di quelle registrate negli ultimi cento anni”. Anche questo ha contribuito al crollo della produzione della cosiddetta ‘corn belt’, le pianure centrali statunitensi, considerate il granaio del mondo. Un crollo che rischia di generare gravi speculazioni finanziarie su un bene divenuto scarso e di conseguenza una grave crisi alimentare mondiale. Secondo la Fao (agenzia Onu per l’alimentazione), “i prezzi dei generi alimentari sono saliti del 6 per cento in pochi mesi”. Dati che si alimentano anche del crollo della produzione cerealicola dall’Europa dell’Est fino al Caucaso.

Secondo Confagricoltura, in Italia, la siccità di quest’anno causerà la perdita di oltre il 30 per cento dei raccolti di mais e soia. Lo studio dell’impatto sociale dei consumi diventa fondamentale. Calcolare quanta acqua consumiamo é prioritario per gestirne l’utilizzo e la conservazione. I lavori di Stoccolma sono finalizzati a questo genere di analisi, all’elaborazione di teorie e di linee guida con le quali, con la pressione dei movimenti popolari, indirizzare le politiche dei governi in materia di risorse idriche. Una delle teorie più interessanti in questo senso si deve la professor Arjen Hoekstra, secondo cui è possibile calcolare la “water footprint”, l’impronta dell’acqua. Per Hoekstra, l’impronta misura l’uso di acqua di nazioni, industrie e singoli individui non solo considerando il consumo diretto ma anche quello connesso all’intero ciclo di produzione. Un recente studio di Hoekstra ha fissato in 1385 metri cubi (un metro cubo è pari a 1000 litri d’acqua) l’anno l’impronta ecologica pro capite media, con gli Stati Uniti a 2842 e l’Italia non molto distante a 2332. I paesi che importano più generi alimentari – quindi quelli maggiormente industrializzati – consumano il doppio dell’acqua rispetto ai paesi esportatori di materie prime agricole. Solo una equa divisione delle risorse idriche, sfruttate con metodo razionale e riducendo al minimo gli sprechi, tutelando l’acqua da speculazioni finanziarie e privatizzazioni, permetterà di gestire questa crisi. A Stoccolma si lavora per questo.