La migliore notizia da mesi a questa parte Mariano Rajoy l’ha ricevuta questa mattina. Nell’asta odierna, il Tesoro spagnolo ha collocato sul mercato 3,6 miliardi di bond a brevissima scadenza (tre e sei mesi) assistendo con piacere ad un clamoroso calo dei rendimenti. Agli investitori accorsi al collocamento (il bid-to-cover si è attestato rispettivamente a 3,35 a 1 per i trimestrali e al 2,17 per i semestrali) Madrid ha accordato infatti rendimenti medi pari allo 0,946% e al 2,026%. Un risultato eccezionale se paragonato agli esiti dell’asta precedente quando i tassi di interesse avevano sfondato ogni possibile livello di guardia gettando molte perplessità sulla reale capacità di finanziamento del Paese.

Un esempio su tutti. Nell’ultima settimana di luglio, il tasso accordato sui trimestrali aveva toccato quota 2,434%. Pochi giorni dopo, il rendimento dei titoli tedeschi a scadenza nel 2042 aveva registrato il suo minimo storico al 2,17%. Appena un mese fa, in altre parole, il rischio della Germania a 30 anni era ritenuto inferiore a quello della Spagna a tre mesi. Il risultato odierno mostra ora un’evidente inversione di tendenza nonché, per Rajoy e i suoi, un valido motivo di sollievo. La sensazione, e su questo, di solito, i mercati non mentono, è che nello spazio di quattro settimane il vento sia cambiato nettamente. L’attesa bufera di agosto, temuta da più parti, non si è fatta vedere mentre le borse prima e il mercato obbligazionario poi hanno riscoperto una nuova fiducia. L’ipotesi più verosimile, dunque, è che gli operatori abbiano iniziato a scommettere sul probabile intervento della Bce, ovvero sulla messa in moto di quel piano Draghi che, Bundesbank permettendo, dovrebbe concentrarsi nella sua versione soft proprio sui titoli a breve scadenza.

Nel corso della conferenza stampa di oggi pomeriggio a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio d’Europa, Herman Van Rompuy, il premier Rajoy ha negato che il suo Paese sia attualmente impegnato a negoziare un’operazione di salvataggio. Van Rompuy ha confermato tutto sottolineando gli sforzi intrapresi dal Paese iberico ma, al tempo stesso, ha anche evidenziato la tempestività con la quale l’Europa sarebbe pronta a intervenire in caso di necessità: “Se le sfide dei mercati finanziari continuano, i leader europei hanno dimostrato la loro volontà di aiutare la Spagna”. Il messaggio è più o meno il solito: se un Paese che fa i suoi compiti viene punito ingiustamente dal mercato, l’intervento della Bce (su richiesta formale del governo nazionale) diventa legittimo. Praticamente la “linea Monti“, alla quale lo stesso Rajoy è sembrato offrire un riferimento evidente: “I nostri costi di finanziamento sono inaccettabili – ha dichiarato oggi il premier – e non riflettono i fondamentali della nostra economia”.

Sono proprio le notizie sui fondamentali a costituire dall’altro lato l’aspetto negativo della giornata odierna. Nel corso del secondo trimestre, rivelano le statistiche ufficiali, l’economia spagnola si è contratta dello 0,4%, un risultato peggiore del previsto che porta il calcolo su base annuale a quota -1,3%. Sui dati pesano il calo dei consumi interni e il crollo degli investimenti in alcuni settori chiave (come quello delle costruzioni). Per la Spagna si tratta del quarto trimestre consecutivo di contrazione economica, segno di una recessione prolungata (quella “tecnica” scatta come noto dopo due trimestri).

In questo quadro negativo si ripropone ora il problema irrisolto della finanza pubblica locale. Oggi, la Catalogna ha avanzato una richiesta di intervento al governo centrale di Madrid per circa 5 miliardi. La regione, tuttora la più ricca del Paese, vanta un indebitamento record da 40 miliardi ed è chiamata ad un rifinanziamento complessivo che, solo quest’anno, ammonta a quasi 13,5 miliardi. Entro la fine del 2012, le amministrazioni regionali spagnole dovranno reperire finanziamenti per oltre 35 miliardi. La Comunitat Valenciana e la regione autonoma di Murcia hanno già chiesto aiuto al governo centrale.