Contiamo i giorni: ne mancano 70 alle elezioni che diranno se la Casa Bianca cambia inquilino o se il vecchio e le sue bambine restano dove sono. Per due mesi, Usa paralizzati:

Obama in punta di piedi. Gli Stati Uniti mettono da parte i problemi che bruciano il mondo, se ne riparlerà il 7 novembre e le guerre minacciate, e la guerra non dichiarata dei massacri siriani, andranno avanti con una libertà formalmente non controllata dal paese controllore. Il presidente sta navigando fra lobby senza rimorsi; non può sperare la rielezione senza di loro. Le favorisce per il bene della patria. Il record 2011 della vendita delle armi, soprattutto agli arabi che nel Golfo si affacciano sull’Iran, rappresenta il trionfo storico concesso dalla Casa Bianca all’industria pesante: 66.300 miliardi di dollari, 78 per cento del mercato mondiale, tre volte di più degli affari 2010. E poi parole prudentissime sulla tragedie interne.

Le campagne elettorali hanno bisogno di soldi e la Casa Bianca non può suicidarsi con la voce forte sul controllo della vendita porta a porta di bombe e mitraglie, regole che sopravvivono ai pistoleros del West lasciando mano libera agli psicopatici delle stragi quotidiane. Prudenza obbligata per frenare la raccolta milionaria di Mitt Romney, avversario repubblicano incoronato nell’uragano della Florida: una parte della sua fortuna è arrivata anche così. 70 giorni che fanno sognare chi non sopporta i no di Obama. E Assad annuncia con arroganza di voler schiacciare, non importa come, la guerra civile scatenata da paesi nemici: riferimento agli emiri del petrolio, ma anche a Washington che nutre la strategia. Obama non raccoglie gli annunci di Netanyahu sull’attacco all’Iran: sfida al buon senso della signora Clinton e del popolo di Israele il quale ha vinto tutte le guerre senza mai dichiararle, incursioni “preventive” dal’48 a 1967.

Adesso i falchi battono i tamburi: perché? Perché sanno di non poter attaccare senza travolgere l’economia mondiale: senza petrolio non respira. Approfittano dei due mesi di libertà per gridare di non essere rassegnati all’obbedienza, soprattutto arrabbiati con certi paesi africani i quali cambiano l’etichetta dei prodotti raccolti nella Cisgiordania palestinese (occupata) ed esportati con una “made in Israele” trasformato da chi compra in “made in Palestina”. Figuriamoci se l’Obama rieletto potrebbe perdonare d’essere trascinato in una guerra che stravolgerebbe interessi ed economia Usa. Ma il 7 novembre finisce l’intervallo, tutti tornano ai banchi di prima. L’Obama che tace non può, soprattutto, sbilanciarsi sui problemi dei giardini di casa, America latina dall’emigrazione che vota, maggioranza delle minoranze interne: decisiva. E poi quel Brasile rivale-amico nell’egemonia del continente. Il Venezuela di Chávez è entrato nel Mercosur, mercato comune dei giganti latini. La diffidenza resta, ma lo scontro si è inevitabilmente attenuato nell’ufficialità anche se le solite ombre inquietano la rielezione del Grillo dei Caraibi. E poi il Messico, colonne d’Ercole della droga. E Cuba che la Casa Bianca ha riammesso in modo invisibile a un dialogo che la rielezione potrebbe rendere pubblico. Obama ci spera con la cautela del candidato che cerca elettori dai sentimenti contrastanti: anticastristi e indifferenti, latifondisti arrabbiati e ragazzi cresciuti nella nostalgia del paese che non conoscono. Il calendario gli dà una mano: Fidel fuori gioco, Raul più di 80 anni e gli ex arrabbiati della diaspora di Miami tornano all’Avana per fare cassa come le nuove leggi della disperazione consentono.

Due mesi senza Obama il quale almeno nei telefoni segreti qualcosa dirà: alla Merkel signora d’Europa, a Putin che nessuno ama, alla casta cinese che sta cambiando le poltrone. Colloqui dai verbi al condizionale fino al 6 novembre, poi si vedrà.

Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012