La mia amica Alice è vegetariana, io no. La mia amica Alice mi ha chiamata stamattina alle 9.00, svegliandomi dall’ultimo, pigro, sonno di fine estate. Farneticava di un articolo appena comparso su La Repubblica online dal titolo: 2050, tutti vegetariani: ecco la dieta del futuro. Leggeva e commentava: “Lo vedi che ho ragione? Ma quand’è che voi maledetti carnivori vi darete una svegliata? Siete dei mangiatori di cadaveri, Lorenza, vi fate del male e fate male al nostro pianeta!”. Che come risveglio, mi concederete, non è un granché. 

Dopo aver chiuso la conversazione scusandomi per la coda alla vaccinara ancora in circolo nel mio organismo, ho barcollato verso il computer in una nube di sensi di colpa e ho letto l’articolo, il cui sunto è nel sottotitolo: “Entro quaranta anni la popolazione mondiale aumenterà di due miliardi e le risorse idriche scarseggeranno. Secondo un team di studiosi svedesi, per evitare carestie dovremo mangiare frutta e verdura anziché bistecche”.

Tutti vegetariani, quindi, è la soluzione-provocazione del professo Malik Falkenmark e dei suoi colleghi dello Stockholm International Water Institute. 

Ma se fossimo davvero tutti vegetariani, o magari vegani – rimuginavo ancora in dormiveglia fissando lo schermo – che fine farebbero gli animali? Voglio dire, quale allevatore manterrebbe in vita capi di bestiame che non può vendere? Maiali e mucche, per esempio, che fine farebbero? Correrebbero liberi per le strade? Gareggerebbero coi motorini sul raccordo anulare? Avrebbero delle riserve a loro dedicate? E l’immenso patrimonio culturale e tradizionale rappresentato dalle nostre cucine regionali tutt’altro che vegetariane, che fine farebbe? Insomma, provocazioni a parte, siamo sicuri sia la soluzione migliore?

E mentre il sonno lasciava del tutto il mio corpo, ripensavo alla promessa che ho fatto tanti anni fa, mai tradita, di mangiare consapevolmente. Consumare poca carne, comprare solo da chi alleva animali nel rispetto della salute e della vita stessa, seguire rigorosamente la stagionalità degli alimenti. E magari trasmettere ai più giovani questo tipo di attenzione educandoli ad un’alimentazione corretta sin dall’infanzia. Non sarebbe questa una soluzione più equilibrata, meno drastica, più rispettosa della nostra stessa cultura?

Ho richiamato Alice, era ancora arrabbiata con me. Le ho detto che non mi sento una mangiatrice di cadaveri, che credo fermamente nel consumo consapevole e che il suo atteggiamento è troppo aggressivo. E di non chiamarmi mai più prima delle 10. Ha riattaccato.