Può un appello su Facebook salvare dei posti di lavoro? Aiutare un’impresa a mettersi in moto in tempi come questi, di una crisi senza fine? Sì, è possibile. Eccone la prova, in una storia tutta al femminile. Quella di una decina di operaie, perlopiù nella parte finale della loro carriera, specializzate nella fabbricazione di biancheria intima di lusso «made in France»: rimaste a spasso. E del loro incontro con una signora intraprendente e sognatrice, Muriel Pernin, alla guida di un’agenzia di comunicazione a Villeurbanne, alle porte di Lione.

Le lavoratrici di Les Atelièrs

Muriel per il suo lavoro ha gli occhi puntati sui giornali e sui siti d’informazione. E così nello scorso dicembre legge della liquidazione fallimentare di Lejaby, che ha in Francia il suo stabilimento principale proprio accanto a Lione. «E’ un marchio storico per tante generazioni di donne francesi – racconta -. E la storia di quest’azienda è così tipica, in senso negativo, di quanto avvenuto a tante imprese del mio Paese». Dopo decenni di ascesa, la crisi arrivò negli anni Novanta: pure Lejaby, come altri gruppi del «made in France», finì nelle mani di fondi d’investimento internazionali, che ne hanno svuotato le casse, senza rilanciare seriamente il marchio. In parallelo, per risparmiare sul costo del lavoro, sono stati smantellati quasi tutti gli impianti in Francia. Ed è stato trasferito il grosso della fabbricazione in uno stabilimento in Tunisia.

L’anno scorso, il patatrac. Ma, una volta messa in liquidazione, Lejaby è stata rilevata da Alain Prost, manager di successo del settore, già amministratore delegato di La Perla in Italia. Ha dovuto ristrutturare l’azienda e mettere fuori gran parte delle operaie attive per Lejaby in Francia, soprattutto quelle più avanti con l’età. «Al tempo stesso vengo a sapere che Prost vuole rilanciare il marchio proponendo una collezione di lusso, che non potrà fabbricare in Tunisia, perché lì non hanno il know how necessario», ricorda Muriel Pernin. Che si è messa a indagare. «Ho scoperto che in Francia è sopravvissuto solo un laboratorio di biancheria intima di alta gamma, che non riesce a stare dietro agli ordini, ora che l’industria del lusso va bene, in controtendenza rispetto al resto». Insomma, operaie superqualificate e licenziate da una parte. E dall’altra la necessità della loro ex azienda come di altri marchi di produrre quello che loro sanno fabbricare. Lavoro che andrà probabilmente a fornitori italiani o a Paesi con la stessa tradizione.

Muriel Pernin

«Non sono un’esperta del settore. Ma ho trovato tutto questo assurdo», sottolinea Muriel. Ha preso il telefono e ha chiamato tutti: le operaie licenziate, la provincia di Lione, Monsieur Prost in persona. Con una decina di ex lavoratrici di Lejaby ha creato un’associazione (les Atelières), che presto diventerà una cooperativa. Obiettivo: mettere su un laboratorio che lavori dall’esterno per Lejaby e per altri marchi del lusso francese, che vanno molto bene, ma che, in un Paese che per anni ha smesso di valorizzare il manifatturiero, non sanno più dove fabbricare in Francia. Dopo un’iniziale esitazione anche Prost ha ceduto all’entusiasmo delle nostre. E ha firmato con les Ateliers un accordo che lo impegna a fabbricare la sua biancheria di lusso con loro.

Muriel Pernin si è messa anche alla ricerca di fondi, per partire. E’ riuscita a convincere alcuni imprenditori. Sta negoziando per i fondi pubblici della provincia. «Ma ci mancavano dei soldi. E a un certo momento mi sono detta, proviamo con Facebook». «Sostenete Les Ateliers con 10 euro», è l’appello postato sul social network a partire dal 18 giugno scorso. Cominciata in sordina, poi ripresa da alcuni media nazionali, l’iniziativa ha avuto un imprevedibile successo. Si è tramutata in una sorta di crociata nazionale… A metà agosto sono già stati superati i 50mila euro. «Solo in pochissimi casi siamo a arrivati a donazioni di mille euro – osserva Muriel -. Per il resto sono tutte comprese fra i dieci e i venti euro. Abbiamo coinvolto finora oltre 4.500 donatori. La fascia d’età più rappresentata è quella oltre i 40 anni. Dai messaggi inviati abbiamo visto che si tratta di persone che lavorano o hanno lavorato nell’industria». Tanti operai o ex operai, sensibili al messaggio di queste «petits mains», come si chiamano in Francia le lavoratrici del settore della moda: condividono la loro reazione contro una deindustrializzazione che nel loro Paese è diventata a lungo quasi una bandiera, come se si potesse vivere solo di finanza e servizi.

L’infaticabile Muriel ha già individuato i nuovi locali per il laboratorio, a Villeurbanne. «Stiamo anche selezionando giovani che le ex operaie di Lejaby formeranno nei prossimi mesi. Intanto continuiamo la raccolta di fondi su Facebook. Ma ormai quelli per cominciare li abbiamo. Nei primi mesi del 2013 avvieremo la produzione. E’ una promessa».