Inviato in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica, racconta di distese di oppio e nemici invisibili, camaleontici, capaci di trasformarsi da combattenti valorosissimi, temprati dall’asprezza del paesaggio montanaro, a commercianti di frodo abili nel contrabbandare qualsiasi cianfrusaglia. Laureato come giornalista militare è spedito a dirigere la rivista delle forze dislocate a Severomorsk, a Nord di Murmansk, sul mare di Barents, il cui porto principale resta chiuso i sei mesi invernali perché bloccato dai ghiacci. E’ uno degli angoli più settentrionali del pianeta, abitato solo da militari e da bellissime donne russe che aspettano, ognuna come meglio crede, gli uomini imbarcati per mesi su navi e sommergibili nucleari.

Con la dissoluzione dell’URSS, Anatolij finisce a fare il tassista abusivo a Kiev, la sua amata “bellissima e antichissima città ucraina: oltre 1500 anni di storia, ricca di cultura, arte, parchi e giardini”. È molto fiero di quella che ritiene “la madre di tutte le città russe”, dove fu fondato il primo stato russo, quando i vichinghi si stanziarono sul grande fiume Dnepr, all’incrocio delle vie commerciali tra il Mar Nero e il Baltico.

Non è affatto nostalgico ma dai suoi racconti traspaiono alcuni lati positivi del vecchio regime, dove “per 74 anni si era tentato (invano) di attuare l’idea del comunismo, realizzare una società più equa e più giusta, senza criminalità e corruzione”. Parla di un’infanzia di gioia e serenità: il battesimo clandestino, a dispetto di divieti e censure; l’amore per la madre e la sorella, un calore familiare cui non voleva rinunciare e inventava febbri e influenze per evitare di andare a scuola, soprattutto nelle fredde mattinate invernali quando il freddo secco “pizzicava il naso e le orecchie”; i bambini che arrivati a scuola si cambiavano le scarpe, mettendole tutte in fila, per non rovinare il parquet nuovo che lo Stato aveva messo a loro disposizione.

E ancora amici, giochi, gite scolastiche: si andava tutti al bosco per due giorni con zaini, mappe e bussola, si entrava in contatto con la natura, si capiva il valore del collettivo e dell’unità. Indimenticabili le serate con la chitarra davanti al fuoco, le nottate in tenda con i compagni, i primi amori con le amichette. Le sciate sulle colline della periferia, i pattini sui laghetti ghiacciati, dove si giocava ad hockey, sport popolarissimo da quelle parti. La meraviglia del sole di maggio, la gioia delle feste popolari, legate ad antiche leggende e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi, ad uno stile di vita sorpassato e sopravvissuto, per alcuni aspetti, solo nei più remoti villaggi agricoli.

Una cerimonia particolare era quella in cui le ragazze lasciavano galleggiare in un lago ghirlande di fiori intrecciati che i ragazzi dovevano raccoglierle per scegliere la futura sposa. Anatolij non lo sa ma quella scena, arricchita di fuochi molto coreografici, è stata descritta meravigliosamente nel “Tempo dei gitani” con le immagini del miglior Kusturica in perfetta sintonia con le splendide musiche di Bregovic.

Col cambio di regime seguito al crollo dei muri, le cose non migliorano nella pratica quotidiana: la madre, che una volta poteva girare in casa con abiti leggeri, è ora costretta a indossare il cappotto per sopperire all’assenza di riscaldamento, che non può più permettersi. E si fatica a procurarsi il pane.

Ad un certo punto, Anatolij raggiunge l’amata sorella, che lavora come domestica in Italia. Non potrà mai dimenticare lo stupore del primo impatto con un mondo così incredibilmente diverso dal suo. Il traffico scatenato di Roma, il caos, le bellezze architettoniche ma, soprattutto, “il vero supermercato occidentale” con gli scaffali pieni di merce e lo strabiliante reparto di frutta e verdura. Lui che viene dal “paese dei pomodori sempre verdi” è talmente inebriato da fare un’indigestione di kiwi, scoprendo solo successivamente che, per mangiarli, avrebbe dovuto togliere la buccia pelosa.

Poi il fattaccio: secondo la sua versione, un paio di rapinatori armati fanno incursione nella loro casa e lui, con il cognato, per difendere la famiglia li giustiziano. Un episodio cruento che qualche giornalista d’assalto riporta su uno di quei giornali scandalistici tipo “Stop” o “Cronaca nera”. E Anatolij che, quando gli mostrano quel servizio che parla di faida di bande di immigrati che si contendono il racket della droga, si spaventa e dice: “Mama mia, chi sono questi mostri?”. Poi capisce che parlano di lui.

In carcere non si perde d’animo. All’inizio gli tocca la gavetta in carceri “chiusi”: due ore d’aria e 22 chiusi in cella con molti altri detenuti. Sfrutta le lunghe ore nel miglior modo possibile, cercando di crescere mentalmente e spiritualmente, di dare un senso alla propria vita. La sua idea è che se una persona ha a disposizione libri, carta e penna può sopravvivere a qualunque privazione. Si dedica quindi allo studio e all’attività fisica, migliora la sua conoscenza dell’italiano, rilegge i grandi testi di storia e letteratura russa.

Giunto finalmente al penale di Rebibbia, si inserisce nelle molteplici attività che questo carcere “aperto” offre. Passa le sue giornate diviso tra il lavoro, i corsi di formazione, la scuola superiore (che frequenta con interesse e attenzione) e il circolo degli stranieri, di cui in breve diviene presidente.  E’ lì che può coltivare la nuova passione, quella per il computer, con cui organizza le varie attività dell’associazione: incontri, convegni, spettacoli teatrali e musicali, traduzioni e pubblicazioni ad uso dei detenuti extracomunitari. Si occupa anche delle attività sportive: inutile dire che gli stranieri dominano pressoché in tutte le discipline, facendo man bassa di tornei e trofei, in particolare a calcio dove, con un innesto di marocchini e slavi, hanno messo su una squadra davvero imbattibile. Inutile dire che in pochi anni consegue il diploma di maturità col massimo dei voti e dopo qualche tempo comincia a uscire, prima in permesso e poi in semi-libertà. Tuttora lavora presso una ASL e si è ricostruita una vita.